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Famiglia Monfortana
I fioretti
San Luigi Maria Grignion da Montfort
I FIORETTI
Fr. Agostino Pistilli SG
UN PELLEGRINO MISTERIOSO
Non è un turista
Verso la metà del mese di maggio dell’ anno 1706, dopo un viaggio a piedi di ben 2000 chilometri, giungeva a Roma un giovane sacerdote francese. Non era un turista, né era giunto in Italia per curiosità. Era venuto in pellegrinaggio alla tomba dell’ apostolo Pietro e voleva parlare con il Papa. Si faceva chiamare semplicemente Montfort.
Ma torniamo un po’ indietro e seguiamolo in tutte le peripezie del suo viaggio.
Egli parte dalla Francia a piedi, da vero pellegrino; quindi niente carrozza, niente cavallo; d’ altronde non ne aveva neppure la possibilità. Niente bagaglio, porta con sé solo la bibbia, il breviario, il crocifisso, il rosario e una statuina della Vergine in cima al suo bastone. Come provviste: un’ assoluta fiducia nella Provvidenza.
Uno studente spagnolo, diretto anche lui a Roma, gli chiede di gradire la sua compagnia. Ha in tasca trenta soldi. Il Montfort lo giudica troppo ricco e lo obbliga a regalare ai poveri il suo denaro, per attendere solo dalla Provvidenza il sostentamento di ogni giorno.
La strada non finisce mai
Ed eccolo allontanarsi su di una strada che non finisce mai, quella dei pellegrini, dei romei; di santuario in santuario, in preda a un sole ogni giorno più cocente. Il suo boccone di pane quotidiano deve mendicarlo presso le parrocchie, gli ospedali, le fattorie. Spesso viene accolto con diffidenza, a volte respinto come una spia o un vagabondo male intenzionato. Allora dorme sotto il portico di una chiesa, al riparo di una siepe sotto le stelle, come Gesù che “non aveva neppure una pietra per poggiarvi il capo”. Non sappiamo con certezza la zona di frontiera attraverso la quale il Santo entrò in Italia, ma proprio in quell’ anno 1706, la Francia era in guerra col Piemonte (ricordi l’ episodio di Pietro Micca?) Attraversate le Alpi, nonostante la terribile stanchezza, tutto sembra illuminarsi di un raggio di gioia. Era in Italia! E Roma era più vicina!
La Santa casa di Loreto
Si dirige verso le Marche, al santuario della santa Casa di Loreto. Egli tanto devoto della Madonna, non poteva omettere questa tappa. Rimane estasiato dinanzi a quelle mura che avevano ospitato la Vergine Maria, in quel minuscolo locale dove il Figlio di Dio si era fatto nostro fratello. Durante la Messa, che celebra ogni giorno all’ altare della santa Casa, il suo viso si trasfigura. Ammirato dal suo raccoglimento, un assiduo frequentatore del santuario gli chiede un incontro spirituale e sapendo della sua estrema miseria si offre di ospitarlo in casa sua. Il Montfort rimane a Loreto per ben quindici giorni. Sosta deliziosa e provvidenziale, che dona alla sua anima una gioia profonda e al suo corpo sfinito quel tanto di vigore, necessario per intraprendere l’ ultima tappa del suo viaggio verso Roma.
Roma! Roma!
Riposato e consolato, il suo cammino riprende attraverso pianure e colline: paesaggi ideali per un artista, ma rude tragitto per i piedi martoriati del pellegrino. Cammina, cammina ecco infine apparire la splendida cupola della basilica di san Pietro. Roma! Preso dall’ emozione, cade in ginocchio, bacia il suolo e piange di gioia. Indi di scalza e compie a piedi nudi gli ultimi chilometri che lo separano dalla capitale del mondo cristiano. Finalmente! Le sue forze erano ormai allo stremo; gli occorrono diversi giorni per ricuperare un po’ di vigore e curare le sue piaghe.
Soggiorno romano
A Roma è accolto per alcuni giorni nell’ ospizio dei francesi. Appena rimesso in salute, bussa al convento dei padri Teatini. Qui viene subito apprezzato da un santo e sapiente religioso, molto influente presso il Papa, il P. Giuseppe Tommasi, divenuto in seguito cardinale e beatificato nel 1803. Questi, essendo confessore del Papa, non ha difficoltà a procurare al Montfort un‘ udienza speciale e una benevola accoglienza da parte dell’ allora Pontefice Clemente XI.
L’ incontro col Papa
Arrivato il gran giorno – era il 6 giugno 1706 – il Montfort si reca al palazzo del Quirinale, sede allora della corte pontificia e, dopo le cerimonie d’ uso, viene presentato al Papa al quale rivolge un indirizzo di omaggio in lingua latina. Clemente XI, che conosce la lingua francese, invita il Montfort ad esprimersi nella sua lingua materna. Egli espone al Pontefice il progetto di recarsi nei paesi lontani a predicare il Vangelo agli infedeli. La risposta del Papa è chiara e decisa: “Il tuo Zelo – gli dice – ha un campo abbastanza vasto in Francia. Non andare altrove e opera sempre in perfetta sottomissione ai vescovi, nelle diocesi dove sarai chiamato. Dio benedirà il tuo lavoro”. Affascinato dalle ardite vedute della sua devozione mariana e dalla sua preparazione teologica, Clemente XI approva il suo metodo di apostolato. Gli raccomanda soprattutto di insegnare la dottrina cristiana al popolo e di rinnovare da per tutto lo spirito del vangelo mediante il rinnovo delle promesse battesimali.
Missionario apostolico
Prima di congedarsi, il Montfort implora da Santo Padre la benedizione apostolica e gli presenta un crocifisso d’ avorio supplicandolo di concedere un’ indulgenza plenaria a tutti coloro che l’ avrebbero baciato al momento della morte. Il Papa benedice e concede l’ indulgenza richiesta. Quel crocifisso d’ ora in poi sarà importante nell’ apostolato del santo missionario. Perché di ritorno da Roma egli sia bene accolto dai vescovi francesi, il Pontefice gli conferisce il titolo di “missionario apostolico”. Il colloquio avuto col Santo Padre porta la pace nell’ animo del Montfort. D’ ora in poi la sua vocazione è chiara e sicura. Con rinnovata energia, egli la seguirà nonostante le molte difficoltà che dovrà affrontare. Il suo voto è compiuto, il suo sogno è ormai appagato!
Il ritorno
Senza attardarsi oltre, riprende il suo bastone e la strada, incurante del sole del giugno italiano. Ricomincia però anche il martirio. Dopo alcuni chilometri ritornano le piaghe ai piedi ed egli allora si decide a proseguire scalzo. Lo studente spagnolo che lo aveva accompagnato era probabilmente rimasto a Roma. Nel viaggio di ritorno sembra che altri due giovani si accompagnassero a lui, e come lui poveri, non esitavano all’ occorrenza a stendere la mano.
Per amor di Dio!
Arrivati in un villaggio, stanchi ed affamati, il Montfort manda dal parroco i suoi accompagnatori. “Andate – dice loro – e chiedete, per amor di Dio, se ha da darvi qualcosa da mangiare”. I due ritornano con un tozzo di pane, appena un boccone per una sola persona. Allora il Montfort si presenta lui stesso alla canonica e trova il parroco a tavola in compagnia di numerosi convitati. Il parroco lo fa accomodare in cucina e ordina che sia servito alla mensa dei camerieri e degli sguatteri. Il Montfort, lieto dell’ umiliazione, torna poi a ringraziare il padrone di casa per la carità ricevuta. Costui, osservando allora il vestiti sdrucito del pellegrino e i suoi piedi sanguinanti, con gesto di commiserazione gli dice alzando le spalle: “Perché non vai a cavallo?” “Non era l’ usanza degli apostoli” – gli risponde. Il sacerdote comprende e si ritira.
Fratel Maturino non lo riconosce
Ci vollero ancora molti giorni, bisognò penare ancora sotto l’ arsura del sole e subire altre numerose umiliazioni, prima di giungere alla meta. Infine il 25 agosto, festa di San Ludovico, suo protettore, il Montfort arriva al convento dei Gesuiti di Ligugè. Il suo aiutante Fratel Maturino, come convenuto era rimasto lì ad attenderlo. Fa fatica a ricoscerlo, tanto lo trova scarno, emaciato e bruciato dal sole, mentre alcuni mesi prima l’ aveva visto partire pieno di salute. Tra l’ andata e il ritorno, ha percorso a piedi 4.000 chilometri!
NELLA SUA TERRA NATALE
Un bambino che prega
Luigi Grignion nacque in Francia a Montfort, una cittadina della Bretagna a pochi chilometri da Rennes, il 31 gennaio 1673. Era il secondogenito di una numerosa famiglia. Sua madre gli insegnò fin da piccolo a pregare ed egli profittò così bene delle lezioni materne, che divenne a sua volta il modello ed il precettore dei suo fratellini e sorelline. Questi però non erano sempre desiderosi di imitare le lunghe preghiere del fratello maggiore. La sorellina Luisa sembrava ascoltarlo più volentieri, perciò il fratello l’ amava di particolare affetto. Insieme radunavano i bambini del vicinato per recitare il rosario. E per impegnarli a recitarlo tutti i giorni, Luigi dava loro ciò che aveva di meglio e di bello. A scuola si faceva notare per una grande diligenza e per l’ attenzione alle parole dei suoi maestri.
Consola la mamma
Quando la mamma aveva dei dispiaceri familiari, il piccolo Luigi le si avvicinava e la consolava. Stava anche attento a non far inquietare il padre, tanto facile ad irritarsi: il signor Grignion ebbe a dichiarare, più tardi, che il figlio non gli aveva mai mancato di rispetto. Era ancora bambino e nutriva già un amore grandissimo verso la Madonna. Gioiva al solo parlarne o sentirne parlare. La chiamava con filiale amore “sua cara Madre”. In ogni momento la invocava e ne otteneva grazie specialissime. Si sforzava già di compiere tutte le sue azioni in unione con Maria per meglio piacere a Gesù.
L’ incontro con Gesù
Luigi Grignion fece la sua prima Comunione con grande fervore. E dinanzi all’ altare, secondo l’ uso, rinnovò solennemente le promesse battesimali. I cantici bellissimi da lui composti più tardi, ci dicono quali furono i suoi sentimenti quando ricevette il Signore per la prima volta:
Mio buon Gesù, l’ anima mia desidera Te, dal profondo del mio cuore sospiro a Te.
Mio buon Gesù, mio caro Amore, notte e giorno, regna nel mio cuore. Così Luigi, da piccolo, praticava già tutte quelle virtù che si notano con piacere nei fanciulli: amore verso Dio, obbedienza ai genitori e ai maestri, buon esempio ai compagni. In ricordo del luogo del suo battesimo si farà chiamare semplicemente Luigi Maria da Montfort.
Alla scuola dei gesuiti
Terminate le scuole elementari nel piccolo paese natale, all’ età di dodici anni, i suoi genitori cedettero opportuno di mandarlo a proseguire gli studi a Rennes, il capoluogo della regione. In questa città i Gesuiti, dotti maestri e abili educatori, dirigevano un collegio frequentato da un gran numero di alunni, interni ed esterni. Luigi vi fu ammesso come alunno esterno. Proprio per questo, nonostante la vigilanza degli insegnanti, vivendo lontano dalla famiglia, egli si trovava esposto alle insidie dei cattivi compagni. Pieno di fiducia nella protezione di Maria, che invocava ogni giorno con fervore, il giovane studente divenne ben presto il modello di tutti gli alunni, grazie anche alla guida spirituale di un suo zio sacerdote, che lo ospitò in casa per tutto quel periodo. Andando e tornando dalla scuola, Luigi aveva l’ abitudine di visitare un’ antica e pia immagine della Madonna, venerata nella chiesa di San Salvatore, pregandola di benedire i suoi studi. A volte vi sostava per quasi un’ ora, mentre molti dei suoi compagni si attardavano a giocare per la strada.
Verso i poveri
Tutti in collegio ammiravano la sua carità alla quale era stato educato da un santo sacerdote di nome Bellier. Quest’ uomo di Dio, cappellano dell’ ospedale generale di Rennes, aveva pensato di mettere a profitto della carità le ore libere di cui disponevano gli studenti. Li radunava in casa sua per formarli alle opere di apostolato e poi li inviava, a gruppi di due o tre, all’ ospedale generale o all’ ospizio degli incurabili. Essi dovevano rendere ogni sorta di servizi agli ammalati, spiegare loro il catechismo e fare delle buone letture. Luigi era il primo nella pratica di questi doveri. Sua madre, che d’ altronde gliene dava l’ esempio, fu particolarmente felice un giorno di incontrare all’ ospizio una povera donna che le disse: “Lo sa, signora, che è stato suo figlio a farmi ricoverare in questo luogo, facendomi portare su questa sedia?”
Ecco un mio e vostro fratello
Invece di ricercare divertimenti frivoli e pericolosi, egli serviva i poveri ed ebbe, sin d’ allora, tanto affetto per loro che durante tutta la sua vita si circondò di poveri e d’ infermi, distribuendo loro tutto ciò che riceveva. Tra gli studenti del collegio ve ne era uno tanto povero e mal vestito da essere oggetto di burla da parte dei compagni. Luigi, soffrendo nel vederlo così disprezzato, iniziò una colletta tra i compagni per comprargli un vestito nuovo. Ma no bastando la somma raccolta, condusse il compagno da un negoziante di stoffe. “Ecco un mio e vostro fratello – gli disse -; io ho raccolto tra i compagni quel che ho potuto per rivestirlo convenientemente, se non basta pensate voi alla differenza”. Il negoziante, commosso da tanta virtù, fece quanto gli si chiedeva e il povero studente non fu più oggetto delle derisioni dei compagni.
Piccolo artista
La pittura e la scultura erano per Luigi una piacevole ricreazione. Dedicava buona parte delle sue ore libere a disegnare figure e quadretti religiosi; vi riusciva tanto bene che gli fu consigliato di perfezionarsi presso un artista. Egli si presentò nel laboratorio di un pittore di Rennes che, quand’ ebbe esaminato le possibilità dell’ allievo, credette di vedere in lui un futuro concorrente. Perciò ogni volta che compariva Luigi, il pittore nascondeva le sue tele e smetteva di lavorare. Forse, pagando profusamente, avrebbe potuto sbloccare quella situazione; ma come poteva, quando il pane già costava tanto caro? Un giorno, un consigliere del parlamento di Rennes, amico di famiglia, avendo visto sul tavolo di lavoro del giovane studente una miniatura rappresentante il bambino Gesù con s. Giovanni Battista, ne rimase ammirato e gliela comprò per un luigi d’ oro. L’ arte della pittura e della scultura servì più tardi al missionario. Si venera ancora adesso nella sua casa natale a Montfort, una statua a lui attribuita. Il suo bastone da viaggio era sormontato da una statuina della Madonna, che egli stesso aveva scolpito.
Disappunto a carnevale
Amico dello studio e delle utili occupazioni, detestava il perditempo, le feste mondane e le mascherate. Una sera di Carnevale, mentre il pasto terminava allietato da una innocente allegria, entrò nella sala un giovane, mascherato, che si mise a provocare i presenti con scenette, motti ed arguzie. Luigi si alzò subito da tavola, abbandonò la compagnia e mostrò il suo scontento fino a piangerne. La sua purezza aveva orrore dei divertimenti pericolosi. Egli derivava questa estrema delicatezza dalle sue conversazioni con Padre Gilbert, suo professore, uomo di virtù e di talento, che morirà missionario nell’ isola di Guadalupe, e soprattutto dalla sua grande devozione a Maria.
Un giovane impegnato
In questo periodo entrò a far parte della Congregazione mariana, frequentata dai migliori alunni del Collegio. Il Montfort si affidò totalmente a Maria pregandola di conservare la sua mente, il suo cuore e il suo corpo sempre puri. Per ottenere questa grazia egli si esercitava nel sacrificio e nella penitenza, poiché sapeva che non si custodisce la virtù in un corpo abituato a tutte le agiatezze e le mollezze. I suoi compagni erano sempre bene scelti, la sua modestia sempre grande, la sua preghiera frequente. Un giorno, avendo trovato nella casa paterna un libro con delle figure poco modeste, lo gettò nel fuoco a rischio di provocare la collera del padre.
Tu sarai sacerdote
Un giorno, mentre pregava davanti all’ immagine della Madonna, nella chiesa del Salvatore domandò alla sua “Madre” di illuminarlo sul suo avvenire. La risposta venne chiara e distinta. Egli intese in fondo all’ anima la chiamata divina: “Tu sarai sacerdote”. L’ ordine di Dio trasmesso dalla Vergine era così chiaro, che da quel momento la sua vocazione fu decisa e Luigi risolse senz’ altro di seguirla generosamente. Il giovane studente iniziò lo studio della teologia nel collegio stesso di Rennes. Ma Dio, che voleva fare di lui un perfetto discepolo, gli offrì il mezzo di completare la sua formazione nel seminario di s. Sul pizio, a Parigi, nota sede di studi sacerdotali. Una persona molto ricca promise di pagare la sua pensione ed egli si mise in viaggio verso la capitale.
LA PARIGI DEL RE SOLE
In cammino verso Parigi
Al colmo della gioia e con l’ animo pieno di fiducia nella Provvidenza e d’ amore per la povertà, decise di partire a piedi portando con sé lo stretto necessario. I suoi genitori insistettero per fargli accettare un po’ di biancheria, un abito nuovo e la modesta somma di 10 scudi. Per compiacerli accettò. Suo zio e uno dei fratelli lo accompagnarono per un tratto di strada, fino alla periferia di Rennes. Lì, il giovane Grignion abbracciò l’ ottimo zio sacerdote, che l’ aveva ospitato in casa, diede a suo fratello alcuni buoni consigli, poi si separò da loro. Prendendo in mano il rosario, si avviò allegramente attraverso i dissestati e fangosi sentieri, che allora in Bretagna tenevano luogo di strada.
Più povero di un povero
Fatta un po’ di strada, ben presto gli si accostarono dei cenciosi mendicanti ed egli sentì il bisogno di alleggerirsi. Ad uno diede il suo abito nuovo di ricambio, ad un altro fece dono dei dieci scudi; con gli stracci di un terzo cambiò persino l’ abito che indossava. Allora, sentendosi veramente povero, si buttò in ginocchio e, rivolto a Dio, come il Poverello d’ Assisi, esclamò: “Ora, o Dio, con tutta verità ti posso dire: Padre nostro che sei nei cieli” e fece voto di non possedere mai nulla. Libero di tutto, ricco solo di una grande fiducia nella divina Provvidenza, Luigi Maria proseguì la sua strada, mendicando il pane e l’ alloggio, cosa che gli procurò umilianti rifiuti, a causa della sua giovane età e prestanza fisica.
300 kilometri
Giunto a Parigi dopo ben dieci giorni di cammino, durante i quali aveva percorso a piedi più di trecento chilometri, trovò alloggio in un tugurio dove la Provvidenza gli inviò da mangiare, senza che avesse chiesta nulla a nessuno. Passati alcuni giorni, si recò a bussare alla porta della sua benefattrice, la signora di Montigny. Grande fu la delusione di costei nel vedere lo stato pietoso del giovane. Lo fece ospitare in una casa molto povera, dove i seminaristi, sprovvisti di mezzi, potevano compiere lo stesso i loro studi presso la Sorbona, mediante il compenso di una retribuzione minima e la prestazione di servizi alla comunità. Il reverendo de la Barmondière, superiore di questa casa, ricevette con grande gioua il giovane di cui si diceva già tanto bene. Luigi, da parte sua, si diede con ardore allo studio e alla vita spirituale.
Vita dura
Qualche tempo dopo, verso la fine del 1693, una grande carestia colpì Parigi e la benefattrice del Montfort non potè più continuare a pagare quella minima pensione. Luigi restò calmo di fronte a questa nuova prova e continuò a confidare nella Provvidenza. Per non essere a carico del suo superiore, Luigi non esitò a tendere la mano, confuso in mezzo alle folle affamate e davanti alle case di carità dove si faceva la distribuzione di viveri. Accettava umilmente talvolta una moneta, altre volte del vestiario, più spesso un pezzo di pane. Si rivolgeva preferibilmente alle varie comunità religiose. Le offerte arrivavano, ma non tratteneva per sé che lo stretto necessario. Pur essendo privo di tutto, si metteva alla ricerca dei più poveri di lui, per distribuire loro quanto gli aveva ottenuto la sua umiltà.
Amore fraterno
Un giorno non gli rimanevano che trenta soldi; lo accostò una povera donna e gli narrò le sue miserie.”Quanto ti occorre?” – le chiese. “Trenta soldi” – rispose la donna, ed egli le cedette il suo ultimo scudo. Un’ altra volta aveva ricevuto un abito nuovo, fatto confezionare proprio per lui. Prima ancora di indossarlo lo donò ad un altro seminarista più povero di lui, insieme ad altri capi di vestiario ricevuti in dono. Un’ altra volta ancora è sua madre che gli manda un vestito, ma egli lo cede ad un sacerdote bisognoso e prende in cambio quello fuori uso portato dal poveretto.
Il vestito della Provvidenza
A volte la sua fiducia sembrava voler tentare la Provvidenza, ma questa operò prodigi per premiare la sua fede. Volendo procurarsi un vestito piuttosto resistente, egli pregò un suo confratello di andarglielo a comprare e gli consegnò i trenta soldi che gli rimanevano. Costui gli fece osservare che la somma era insufficiente. “Và – gli dice – non ti preoccupare; se ti chiedono di più, regala la somma al primo povero che incontri”. Il confratello si recò dal negoziante, il quale vedendosi offrire solo trenta soldi, pensò ad uno scherzo, perciò non gli rispose neppure. Il compratore, allora, uscì e donò la piccola somma al primo povero e tornò a casa. Al suo arrivo trovò il Montfort che gli disse: “Bene, mentre tu facevi la carità, una brava persona mi ha regalato questi dieci franchi: eccoli, con questi ora ti daranno l’ abito di cui ho bisogno”.
La veglia dei morti
Intanto la carestia continuava e minacciava l’ esistenza stessa della piccola comunità. Il signor del a Barmondière ebbe allora l’ idea di proporre al alcuni suoi seminaristi un lavoro poco gradito, quello di vegliare i morti della parrocchia di s. Sul pizio. Il Montfort l’ accetto volentieri insieme a tre altri suoi compagni, per tre o quattro volte la settimana. Quanto doveva essere penoso per uno studente passare la notte senza dormire, e dinanzi a quale spettacolo! In queste veglie funebri si accrebbero in lui il disprezzo per gli effimeri beni del mondo e il vivo desiderio di servire Dio solo. Una notte vegliava il cadavere di un giovane molto ricco, ferito mortalmente all’ uscita da un locale malfamato. Forse fu allora che gli vennero quei versi che più tardi farà cantare alle folle: Alla morte, o peccatore, tutto finirà! Alla morte, il Signore, ti giudicherà!
Cambia casa
La croce con la quale il Signore prova i suoi amici, venne di nuovo a fargli visita. Morì il sacerdote de la Barmondière e la comunità da lui diretta di disciolse. Il Montfort si affidò nuovamente alla Provvidenza e fu ammesso nella comunità del sacerdote Boucher. In questa casa, più povera della prima, egli ebbe modo di praticare di più la penitenza. Attendevano alla cucina gli stessi studenti, a turno; perciò i cibi, come si può immaginare, erano generalmente poco appetitosi. Il pane, ognuno se lo procurava per proprio conto, vino mai. Era proprio quello che ci voleva per irrobustire in Luigi lo spirito di mortificazione. La porzione di cibo che gli veniva servita, in quegli anni di carestia, era così piccola, ch’ egli s’ alzava da tavola con lo stesso appetito con cui vi si era seduto.
Si ammala gravemente
Ma una vita così intensa di sacrifici non poteva durare a lungo. Infatti Luigi si ammalò gravemente e fu portato all’ ospedale dei poveri. Condannato all’ impotenza, privo di tutto, su una brandina avuta in prestito, il suo spirito gioiva di trovarsi tra i poveri. Ma il male era grave e si temette addirittura per la sua vita. Egli però, sorridente, affermò che non sarebbe moto e che, anzi, tra pochi giorni sarebbe guarito. La predizione si avverò. Dopo una settimana, con stupore lo videro alzarsi da letto, camminare, leggere e dedicarsi a nuovi progetti di studio e di carità.
Nel seminario di s. Sulpizio
Ristabilito in salute, venne accolto nel reparto più povero del seminario di s. Sulpizio dove, grazie alla munificenza di una pia signora, potè continuare i suoi studi. La fama delle sue virtù cominciava ormai a diffondersi. Perciò quando Luigi Maria Grignion fece il suo ingresso nel seminario di s. Sulpizio, la comunità venne invitata a cantare, per ringraziamento, il “Te Deum”. Un fatto davvero inusitato! In questa casa esemplare, il suo amore verso la Madonna aumentò ogni giorno di più. Parlava di lei con gioia durante la ricreazione, destando l’ ammirazione di tanti suoi compagni. Diffuse in mezzo a loro la consacrazione a Gesù per mezzo di Maria. Grande felicità gli procurò l’ incarico di ornare l’ altare della Cappella della Madonna. I suoi direttori però misero alla prova la sua obbedienza che fu trovata perfetta. La virtù di un uomo si giudica anche da questo segno.
Senza paura controcorrente
Il suo amore per Dio non poteva soffrire i peccati e gli scandali per cui, all’ occorrenza, sapeva anche agire. Un giorno incontrò in una pubblica piazza due giovanotti con la spada in pugno, gli occhi di fuoco, pronti a gettarsi l’ uno sull’ altro. Immediatamente, egli prese il crocifisso e si frappose tra i due, scongiurandoli di pensare a Dio che oltraggiavano e all’ anima loro che stavano per perdere. Sbalorditi, i duellanti indietreggiarono, lo ascoltarono turbati, e finalmente si separarono scambiandosi il perdono.
Contro la cattiva stampa
Le vie della capitale erano in quel tempo meno rumorose che nei nostri giorni. La voce dei cantanti girovaghi riusciva ancora a dominare il rumore delle vetture di passaggio; erano ascoltati con molta curiosità e si faceva cerchio intorno a loro. Disgraziatamente il loro repertorio era poco raccomandabile e spesso insulso, oltraggioso e osceno. Per di più essi vendevano le loro canzoni al pubblico, inondandone tutto il quartiere. Montfort fremette alla vista di un tale scandalo. Più di una volta si avvicinò ai cantanti, comprò il blocco le loro raccolte di canzoni e le strappò sotto i loro occhi, rivolgendo ad essi parole di severo rimprovero. La stessa cosa faceva con i venditori di cattivi libri, affermando di essere felice quando poteva impedire o anche solamente ritardare che si commettesse un peccato.
Giovane catechista
Soprattutto ai ragazzi il giovane Luigi amaca comunicare le verità di fede. Ricevette l’ incarico di insegnare il catechismo a quelli più scapestrati in uno dei quartieri del sobborgo s. Germano di Parigi. Egli assolse l’ impegno con tanto amore che le sue lezioni intenerirono anche i meno docili. Alcuni seminaristi suoi compagni, avendo udito raccontare i successi che riportava, vollero andare ad ascoltarlo per aver modo di ridere un po’. Lo udirono parlare della morte, del giudizio e dell’ inferno in maniera così incisiva e convinta che essi stessi ne furono commossi.
Finalmente sacerdote
Finalmente giunse il giorno dell’ ordinazione sacerdotale. Il Montfort si stimava così poco degno di tanto onore che voleva ritardarne il momento. Raddoppiò le sue preghiere e la sua preparazione spirituale. Il 5 giugno dell’ anno 1700 fu ordinato sacerdote e trascorse l’ intera giornata davanti al sacramento dell’ Eucaristia. Dopo parecchi altri giorni di preparazione, celebrò la prima Messa all’ altare della Madonna, nella chiesa di s. Sulpizio. Poi non pensò più ad altro che alla salvezza delle anime per le quali Dio lo aveva chiamato. Si dedicherà totalmente all’ evangelizzazione del popolo, pur dovendo superare tante prove…
MISSIONARIO PER IL POPOLO
Un sogno missionario
Il Montfort, già così ardente di zelo quand’ era in famiglia, nel collegio di Rennes e nel seminario di s. Sulpizio, non poteva rimanere inattivo ora che la Chiesa gli aveva conferito il sacro ministero. Parlando con i suoi confratelli esclamava: “Che facciamo qui, mentre tante anime nel Giappone e nelle Indie attendono l’ annuncio del Vangelo? Un numero quasi infinito di uomini si perde perché non conosce il vero Dio! Io non morrò contento se non ai piedi d’ un albero del lontano Giappone, come l’ incomparabile missionario s. Francesco Saverio!” Il Montfort in un primo tempo aveva pensato alle missioni lontane, ma nel suo viaggio a Roma il Papa gli disse di ritornare in patria. Quest’ ordine del Vicario di Cristo valse alla Francia un apostolo, il cui zelo fu coronato da meravigliosi frutti di vita cristiana.
La missione al popolo
Quando giungeva in una parrocchia per predicare la missione, era accompagnato da diversi collaboratori, i quali di dedicavano all’ istruzione del popolo, insegnavano il catechismo ai ragazzi, cantavano nelle chiese, e a volte nelle strade per chiamare i fedeli alle funzioni. Costruivano anche cappelle e riparavano chiese, confezionavano stendardi e preparavano grandiose manifestazioni religiose, che risvegliavano la fede nelle popolazioni. Tutti i missionari erano alloggiati in una casa chiamata “La Provvidenza”, alla quale affluivano anche numerosi poveri, invitati dal santo. Le celebrazioni si svolgevano con splendore incomparabile, grazie al suo talento, che predisponeva tutto: commemorazione dei morti, adorazione riparatrice dell’ Eucaristia, rinnovo delle promesse battesimali e donazione di sé alla Vergine, costruzione di calvari.. Tutto si concludeva con una confessione generale e il proposito di mutar vita.
Calunniato e perseguitato
Il Montfort predicava la verità con la libertà evangelica: ciò gli attirò molti nemici. Alcuni giansenisti, dei quali il missionario combatteva gli errori perniciosi mediante l’ esortazione all’ amore per l’ Eucaristia, alla pratica dei sacramenti e alla devozione a Maria, lo perseguitarono e inventarono contro di lui ogni sorta di calunnie. Riuscirono spesso ad ingannare i vescovi e a far interdire al santo sacerdote la predicazione e l’ amministrazione dei sacramenti. Gli uomini più santi hanno sofferto queste tribolazioni, ma nessuno forse più del nostro conobbe il disprezzo, la calunnia, le vessazioni, anche da parte di coloro che avrebbero dovuto essere suoi amici e difensori.
Smuove le coscienze
Quando egli iniziò le sue missioni, aveva circa 30anni, una sana e robustissima costituzione fisica, en estro e una vivacità inesauribili, una profonda preparazione teologica e soprattutto una fiamma di carità, che si alimentava ogni mattina nella celebrazione eucaristica. Il Montfort aveva tutte le qualità del missionario: ardente, eloquente, pio, ingegnoso. La buona gente percorreva volentieri anche 40 leghe (circa 160 km.) per andarlo a sentire. Egli aveva un tale ascendente sulle folle che queste si arrendevano alle sue esortazioni. Era così commovente nei suoi discorsi che l’ uditorio prorompeva spesso in singhiozzi. A questo punto il predicatore era costretto a fermarsi. “Miei cari figliuoli, – diceva – non piangete, il vostro pianto mi impedisce di parlare e se non mi trattenessi, sarei costretto a piangere anch’ io”. Nessuno resiste alla sua spinta trascinatrice. Bande di armati, terrore della contrada, divengono docili come bambini e in processione recitano il rosario e cantano inni sacri.
Le “armi” preferite
Oltre alla Parola di Dio, erano sue armi preferite la croce e il rosario: il ricordo vivo di Cristo redentore e la meditazione con Maria dei misteri della salvezza. A questi faceva seguire i suoi cantici, vere lezioni di catechismo, per richiamare alla memoria delle folle le nozioni fondamentali della fede. Il popolo non li ha mai dimenticati e ancor oggi non vi è forse un angolo di terra francese dove, all’ inizio di una missione, centinaia di voci non intonino ancora, sugli stessi motivi, quelle stesse parole, vecchie di 250 anni. Sono in tutto ben 20.000 versi.
Il suo programma
Le sue missioni duravano fino a sei settimane. Il Montfort predicava successivamente agli uomini, alle donne e ai ragazzi, avendo cura di dedicare alcune speciali riunioni ai poveri. Il suo programma: annuncio della Parola e meditazione più volte al giorno; recita assidua del rosario; processione con la partecipazione di tutti i parrocchiani adulti, recanti in mano il contratto di alleanza con Dio in comunione con la Vergine, sottoscritto dalla propria firma e da quella del Missionario; infine l’ erezione solenne di un calvario o almeno di una croce nel punto più visibile della località.
Ubriaconi convertiti
Montbernage, sobborgo di Poitiers, abbondava di ubriaconi e di bestemmiatori. Il riposo festivo non era osservato e la popolazione operaia era corrotta. Comparve il Montfort: tutti vennero ad ascoltarlo e molti cambiarono vita. La loro conversione fu tanto seria che divennero modelli di vita cristiana. Nella parrocchia di s. Savino egli riuscì a spegnere le liti facendo esaminare gratuitamente i processi da uomini di legge che sentenziarono per il meglio nell’ interesse di tutti.
Il diavolo nel falò
Ancora a Poitiers, durante la missione predicata nella chiesa del Calvario, il Montfort invitò a portare tutte le stampe oscene e tutti i libri cattivi per poi bruciarli sulla pubblica piazza. Su questo mucchio di sconcezze alcuni burloni piantarono una figura del diavolo. Corsero dal vescovo a dirgli che il Montfort era un esaltato e che voleva bruciare il diavolo. Il vicario generale, così male informato, andò in chiesa a rimproverare il santo e interdire la manifestazione. Il Montfort ascoltò a testa bassa questo ingiusto rabbuffo e si sottomise umilmente. Ma versò molte lacrime su ciò che avvenne in seguito, poiché i libertini sparsero per la città tutti quei libri e quelle figure oscene. Per riparare tutto questo male, il Montfort passò la notte in preghiera e disse al popolo che avrebbe dato volentieri tutto il suo sangue per impedire tanta sciagura.
La fiera dell’ ascensione
Nella parrocchia di La Chèze, nella diocesi di S. Brieuc, aveva luogo ogni anno una fiera proprio nel giorno dell’ Ascensione. Il Montfort acquistò tanto ascendente sulla popolazione che la fece trasferire al lunedì seguente perché non si svolgesse più in un giorno festivo. Due contadini però di mostrarono ribelli e conclusero un contratto proprio in quel giorno. Dio diede ragione al missionario: colui che aveva venduto la mucca perdette nella giornata il prezzo ricevuto e il compratore vide ammalarsi tutto il suo bestiame. Un sacerdote che si era permesso di criticare lo spostamento della fiera, fu punito anche lui: colpito da un male incurabile, dovette ricorrere alle preghiere del santo per esserne liberato.
Le astuzie del diavolo
Un racconto popolare tramanda che in questa stessa missione, un uomo venuto per ascoltare la predica, trovasse lungo la strada un luigi d’ oro. Siccome esitava a disfarsene: “Buttalo via – gli disse il missionario – è il demonio che ti tenta di avarizia”. L’ uomo ubbidì e la moneta si mutò in un serpente. Si tramanda ancora che alcuni uomini avevano l’ abitudine di accalorarsi in un gioco che era per loro occasione di ubriacature, risse e bestemmie. Il Montfort cercò di distoglierli dicendo che il diavolo stava in mezzo a loro per farli peccare, ma quelli se ne ridevano. Ora un giorno, all’ inizio della partita, un mostro della grossezza di un cane apparve sul tavolo da gioco. Presi dallo spavento, i giocatori se la diedero a gambe e corsero a cercare il missionario, il quale venne sul posto e ordinò a Satana di buttarsi nel fiume. La bestiaccia si allontanò, la coda tra le gambe, e non comparve mai più.
Il demonio si riposa
La tradizione degli anziani racconta ancora che al suo arrivo a La Chèze, il Montfort andò a visitare le rovine della chiesa di Nostra Signora della Pietà, lì incontrò il demonio seduto sul muro cadente d’ un vecchio cimitero e gli chiese: “o Satana, che cosa fai lì? Tu fai sempre la guerra e ora ti vedo a riposo?!” Satana rispose con una bugia: “Tutte le anime di questa città mi appartengono, eccetto una, perciò mi riposo”. Al termine della missione, predicando nell’ estesa prateria che costeggia il fiume, il Montfort, ricordando la risposta menzognera di Satana, esclama davanti all’ immensa folla: “Tutte le anime che mi ascoltano appartengono a Dio, eccetto una”. Appena ebbe pronunciato queste parole, si vide un uomo allontanarsi dal gruppo e scomparire. Furono ritrovate di lui solo le scarpe; non si rivide mai più.
Un nemico implacabile
In quella medesima parrocchia, il missionario volle riedificare una antica cappella della quale s. Vincenzo Ferreri, trecento anni prima, aveva predetto il restauro “per opera d’ un uomo che sarebbe molto contrariato e schernito”. Le popolazioni accorsero con entusiasmo al suo invito e, al cento di inni sacri, lavorarono con tanto ardore che in breve tempo la cappella fu ricostruita. Venne quindi organizzata una magnifica processione per intronizzarvi la statua della Madonna della Pietà. La tradizione della gente locale racconta che vi presero parte da venti a trenta parrocchie che formavano una fila di otto chilometri di persone, affiancate a cinque a cinque. Il Montfort vi predispose tutto con ordine ammirevole e Dio, per aiutarlo, permise ch’ egli apparisse, in pari tempo, alle due estremità della processione. Schierò poi la folla in una grande pianura e stava per parlare, quando una grossa nuvola oscurò il cielo e preoccupò gli uditori. “Rimanete tranquilli – disse il Montfort – è un artificio di Satana, che vuol turbare una così bella festa. Non cadrà una goccia di pioggia, ve lo prometto, e il sole tornerà fra poco in tutto il suo splendore”. E subito la nuvola scomparve come per incanto.
IL CORAGGIO DI UN APOSTOLO
Un rimprovero immeritato
Un giorno che il vescovo di Saint-Malo si trovava in visita nella parrocchia di s. Giovanni, nella città natale del santo, questi venne descritto come un sacerdote sempre attorniato da vagabondi e da mendicanti. Fu accusato di favorire l’ ozio e la poltroneria dei girovaghi. Il vescovo, convinto di avere a che fare con uno strano avventuriero, lo manda subito a chiamare e, alla presenza degli altri sacerdoti della regione, lo rimprovera e gli proibisce di predicare e confessare nel territorio della sua diocesi. Il Montfort, rispettoso dell’ autorità, dopo un profondo saluto, col cappello in mano, ascolta umilmente l’ ammonizione. Non una scusa, non una lamentela. Quando stava per ritirarsi, entrò il parroco di Brèal, il quale, ignorando questa scena pietosa, chiese al vescovo di mandargli il Montfort per predicare una missione ai giovani della sua parrocchia. Il vescovo, ammirato dell’ umiltà del missionario e pentito di quanto gli aveva detto, concesse volentieri l’ autorizzazione ritirando i precedenti divieti. Il Montfort compì in quella parrocchia un bene immenso, particolarmente tra i soldati, che arruolò nella confraternita di s. Michele.
Attentati
Alcuni individui, furibondi per sentirsi rimproverare aspramente la loro condotta, attentarono più volte alla sua vita. Fu così che un giorno a Nantes certi giovinastri, irritati per essersi riconosciuti nella descrizione di alcuni disordini, fatta dal santo, lo assalirono a sassate: lo avrebbero certamente accoppato se non fossero intervenuti dei passanti. I monelli sarebbero stati linciati dalla folla, se il Montfort non li avesse difesi dicendo: “Lasciateli stare, sono da compiangere più di voi e di me”.
I vignaioli di Vallet
Quando il missionario s’ imbatteva con contadine troppo attaccati ai beni della terra, ricorreva alle pie industrie del suo zelo per indurli ad ascoltare la parola di Dio. I vignaioli del comune di Vallet, per esempio, più premurosi delle loro vigne e della vendemmia che di frequentare la chiesa, non volevano decidersi a recarsi alla missione. Il Montfort mandò allora Fratel Maturino per le vie del villaggio, suonando un campanello e cantando: All’ erta! All’ erta! – la missione è aperta. Venite tutti, cari amici, - venite a guadagnarvi il Paradiso! A poco a poco il villaggio si scosse e i vignaioli accorsero in massa. Giunse gente persino dai paesi vicini.
Attenti al lusso
A Vertou la missione riuscì oltre ogni aspettativa e il Montfort, per allontanare le occasioni di peccato, come aveva fatto a Poitiers, fece portare tutti i libri cattivi per bruciarli in un grande falò. Una distinta signorina, in presenza di tutto il popolo, venne a buttare nel fuoco anche tutti i suoi ornamenti mondani, con grande edificazione di tutti. Nelle sue prediche il missionario aveva inveito contro il lusso e aveva fatto cantare il suo cantico: Il lusso vi seduce, non vi scorgete alcun male, ma alla vostra morte crudele, come lo troverete fatale!
Complotto sventato
I complotti contro la sua vita non bastavano a frenare il suo zelo. Una signora lo avvisò di non intraprendere un certo viaggio a Pontchateau, perché alcuni giovinastri l’ aspettavano al varco per ucciderlo. Il Montfort sorrise di questo avvertimento che terrorizzava invece i suoi compagni. “Come lo sapete?” – chiese alla signora. “Hanno complottato sotto casa mia ed ho udito le loro minacce di morte” – ella rispose. L’ intrepido missionario si arrese alle buone ragioni esposte dalla signora e fu sua fortuna, poiché quei malfattori l’ avrebbero certamente ucciso. Si seppe in seguito che l’ avevano atteso dalle cinque del mattino alle sei di sera nel luogo dove egli doveva passare.
Presentimento
Un’ altra volta ancora, i libertini tramarono contro la vita del santo prete. Una sera egli doveva recarsi con un confratello presso lo scultore, al quale aveva ordinato certi lavori. I congiurati sapevano ch’ egli doveva passare in una data via e vi si appostarono per sorprenderlo. Si era pieno inverno ed era buio. Il Montfort, di solito tanto sicuro, all’ imbocco della via si sentì agghiacciare il sangue nelle vene e non riuscì ad andare avanti, benché il suo compagno lo rassicurasse che era sulla buona strada. Qualche tempo dopo, un suo amico udì due individui lamentarsi che il Montfort fosse loro sfuggito di mano. Quella sera l’ avevano aspettato in una via di La Rochelle, dalle sette alle undici, per spaccargli la testa e per andare al diavolo anche il suo discepolo Maturino.
La nave pirata
L’ isola d’ Yeu è situata a 17 km. Dalla costa francese dell’ Atlantico. I tremila abitanti dell’ isola, per la maggior parte pescatori, già da tempo aspettavano con ansia il missionario, ma allora non era cosa facile ed agevole approdare nell’ isola. Si era in piena guerra per la successione al trono di Spagna e i corsari inglesi infestavano le coste dell’ isola. Il missionario, che aveva progettato una missione nell’ isola, s’ imbarcò coi suoi compagni e con altri passeggeri. Appena furono al largo, videro una nave pirata dirigersi verso di loro. Tutti si cedettero perduti; soltanto il Montfort restò calmo e invitò perfino i suoi compagni a cantare. Essi però avevano ben altro desiderio che di cantare! “Ebbene – disse il Padre – poiché non potete cantare, dite almeno il rosario con me” – e iniziò la preghiera. Terminato il rosario aggiunse: “Non temete, la nostra cara Mamma del cielo ci ha esauditi. Sismo fuori pericolo!” Infatti, spinti da violente raffiche di vento, i pirati virarono di bordo per altre mete. L’ equipaggio era salvo e, al canto del Magnificat, approdò all’ isola d’ Yeu.
Le porte si aprono
Il parroco di Sallertaine pregò il missionario di tenere la missione nella sua parrocchia, ma gli abitanti erano talmente mal disposti che chiusero la porta della chiesa e fecero portar le chiavi presso un uomo ben deciso a non cederle. Senza sconcertarsi, il Montfortsi fermò ai piedi di una croce, in mezzo al villaggio e si mise a parlare alla popolazione di una parrocchia vicina che lo aveva accompagnato. Nel frattempo la gente di Sallertaine insultava il missionario con urla e schiamazzi e lanciando sassi. Quando il Montfort ebbe terminato il suo discorso, le porte della chiesa si aprirono da sole, come d’ incanto: egli vi entrò insieme al parroco e ad alcuni fedeli.
Ambasciatore
Sulla piazza intanto il chiasso era cessato. Ma la vittoria non era ancora completa. Viene riferito al Montfort che uno dei suoi avversari più accaniti è un ricco signore del villaggio. Persuaso che la sua casa è il centro della resistenza, il missionario vi si reca munito di acqua santa. Appena arrivato, per tutto saluto, asperge la sala del pian terreno, dove il signore è riunito con tutta la sua famiglia, e pone sul caminetto il suo crocifisso e una statuina della Madonna, poi si inginocchia e dice una preghiera. Alzatosi esclama: “Ebbene, signore, voi credete che io sia venuto qui di mia spontanea volontà. No, sono Gesù e Maria che mi mandano. Io sono il loro ambasciatore, non volete ricevermi da parte loro?” “Eccomi” – risponde il ricco signore, e segue il Montfort in chiesa insieme a tutta la sua famiglia.
La processione delle croci
Il villaggio di Sallertaine era dominato da un pianoro, sul quale il Montfort propose di innalzarvi un calvario monumentale, che ricordasse, in minori proporzioni, quello di Pontchateau. Gli abitanti in alcune settimane di enorme lavoro prepararono le tre croci, le statue dei personaggi ed anche una cappellina ricavata in una grotta, dove venne eretto un altare. Venuto il giorno della benedizione del monumento, al termine della missione, il Montfort organizzò una solenne processione a piedi scalzi in onore della Croce. Ogni abitante recava in mano una piccola croce e un foglio contenente gli impegni del battesimo. Ricordando che all’ inizio della missione tutti gli erano contrari, si può giudicare fino a che punto il missionario aveva mutato in suo favore l’ opinione della gente.
Una signorina permalosa
Durante una delle sue ultime prediche della missione a Sallertaine, una distinta signorina entrò in chiesa e vi si trattenne in maniera assai poco rispettosa. Il Montfort la pregò di tenere un migliore contegno. Quella, indispettita, uscì di chiesa e corse a raccontare l’ accaduto a sua madre, la quale andò ad aspettare il missionario sulla pubblica piazza per insultarlo e bastonarlo. Egli che altre volte non aveva tremato davanti al pugnale degli assassini, ebbe compassione della donna e senza adirarsi le rispose semplicemente: “Signora, io ho fatto il mio dovere, sua figlia avrebbe dovuto fare altrettanto”.
Bacio di pace
A Courcon, la parrocchia era divisa. La gente si odiava reciprocamente. Il parroco stesso aveva numerosi nemici. Afflitto per tale scandalo, il missionario, per placare il Signore, si colpì con flagelli fino al sangue, poi invitò tutti i parrocchiani a sentire la predica. Parlò con tanta eloquenza sul perdono delle offese che il parroco, commosso e vinto, chiede umilmente perdono a tutti coloro che aveva potuto offendere. Il Montfort, approfittando di questo esempio, disse al popoli: “Ecco, il vostro parroco desidera di riconciliarsi con voi, e voi, fratelli miei, che avete vomitato contro di lui mille ingiurie, esitate a fare la parte vostra?” A queste parole, tutti in singhiozzi chiesero perdono al parroco ad alta voce e si diedero reciprocamente il bacio della pace.
“Questo sarà mio!”
Il Montfort esercitava un potente influsso anche sulle singole persone. Trovandosi un giorno nel seminario dello Spirito Santo a Parigi per reclutare dei giovani per la sua Compagnia di missionari, girò lentamente in mezzo ai seminaristi che lo attorniavano, come avesse voluto penetrare il loro pensiero. Poi, mettendo il suo cappello sul capo di uno di essi, disse: “Questo sarà mio!” Quel giovane, infatti, diventò sacerdote e seguì il Montfort.
“Qualcuno mi resiste”
Un’ altra volta, nel corso delle sue prediche nella cappella delle Suore della Provvidenza, a La Rochelle, sentì che le sue parole trovavano resistenza in uno degli uditori ed esclamò: “Qui c’è qualcuno che mi resiste! Sento che la parola di Dio ritorna indietro; ma costui non mi sfuggirà!” Finita la cerimonia religiosa, un giovane l’ avvicinò in sagrestia e gli disse: “Sono io, Padre, quello cui ha accennato durante la sua predica. Entrato per caso in chiesa, facevo interiormente alcune riserve su certe sue affermazioni, allorquando lei ha letto nella mia coscienza”.
CONTEMPLATIVO E PROFETA
La grotta di Mervent
Durante la missione di Mervent, il Montfort si scelse nella grande foresta che ricopre una parte della contrada, una grotta naturale e appartata per immmegersi nella preghiera durante gli intervalli liberi delle sue predicazioni. Egli gustava là le delizie della solitudine; ma la persecuzione lo raggiunse anche nel “deserto” e gli suscitò contro nemici da parte delle autorità, sotto il futile pretesto che aveva sradicato alcuni vecchi ceppi in una proprietà dello Stato, per adattare le grotta e ripararla dalla violenza dei venti del nord. Oggi la grotta di Mervent ha preso il nome di “Grotta del santo di Montfort” e richiama ogni anno migliaia di pellegrini e turisti, soprattutto in estate.
Il miracolo delle ciliegie
La tradizione popolare riferisce che recandosi a Vouvant per la missione, il santo giunse di sera in quella borgata molto stanco. Bussò alla porta di una brava signora chiamata mamma Imbert e pressato dalla fame chiese qualcosa da mangiare. “Ahimè – rispose quella – non ho nulla da offrirle!” “Vada nell’ orto, troverà delle ciliegie” – disse il Montfort. “Delle ciliegie in questa stagione?!” – riprese la donna. “Vada pure” – aggiunse il Montfort. La donna andò e tornò tutta meravigliata: aveva colto delle ciliegie che offrì al missionario. Partito il Montfort, ella tornò per cogliere altre ciliegie, ma tutto era sparito.
Lo svegliarino della missione
Da Vouvant, il Montfort si portò a s. Pompain. Si era in pieno inverno e gli abitanti esitavano a lasciare il calduccio del focolare. Lo zelante missionario fece allora divulgare e cantare un cantico da lui scritto per la circostanza: Lo svegliarino della missione. Il popolo, smosso con questa astuzia, accorse in folla alla chiesa e la missione ebbe pieno successo. Il parroco stesso fu raggiunto dalla grazia. “Un giorno – disse alla fine della missione – sentii la voce penetrante di Fratel Giacomo che cantava: Ho perduto Dio col mio peccato. Fu come una martellata sul mio cuore indurito; corsi a buttarmi ai piedi del Montfort, che ebbe la carità di ascoltare la mia confessione generale e da allora ho deciso di cambiare vita”.
Spirito profetico
Un mattino, il Padre gesuita suo confessore, gli chiede di celebrare la Messa per la guarigione della moglie del Governatore di Poitiers che, abbandonata ormai dai medici, era in fin di vita. Terminata la Messa, egli va dal confessore e gli dice: “Ho pregato Dio per la signora; ma essa non morrà”. Il Padre gesuita, conoscendo la santità del suo penitente, lo invita ad andare egli stesso a portarle la buona notizia. Ubbidiente, il Montfort si reca dall’ ammalata e le dice dolcemente ma con sicurezza: “Signora, stia tranquilla, lei non morrà di questa malattia. Dio vuole prolungare la sua vita e farle continuare la sua carità a favore dei poveri”. L’ Ammalata si sentì subito più sollevata: venne presto la convalescenza e poi la perfetta guarigione. Dio le concesse ancora dodici anni di vita.
“Dov’è il tuo male?”
Il Montfort aveva assunto al servizio della missione un giovane che chiamava Fratel Pietro. Improvvisamente questi fu colpito da una malattia grave. “Pietro, dov’è il tuo male?” – gli chiese il Montfort. – In tutto il corpo. “Dammi la tua mano” – Impossibile. “Girati verso di me” – Non posso fare nessun movimento. “Hai fede?” – Ahimè, caro Padre, vorrei averne più di quanta ne ho. “Mi vuoi ubbidire?” – Con tutto il cuore. Ponendo allora la sua mano sul capo del malato, l’ uomo di Dio gli disse: “Ti comando di alzarti entro un’ ora e di venire a servirci a tavola”. E così avvenne.
La marchesa non morrà
La marchesa di Bouillè era gravemente malata e poiché il caso era disperato, suo padre la raccomandò alle preghiere del nostro santo, il quale acconsentì a visitarla. Appena entrato nella camera dove ella agonizzava, il Montfort s’ inginocchiò innanzi ad un crocifisso, poi si avvicinò al letto dell’ inferma e rimase un momento ancora in preghiera. Voltandosi infine verso il padre della malata, gli disse: “Signore, non stia più in pena, sua figlia non morrà”. Ben presto infatti la marchesa riacquisterà la salute e dedicherà il rimanente della sua vita alle buone opere. Sarà lei a donare alle Figlie della Sapienza la prima casa a Saint-Laurent-sur-Sèvre, presso la tomba del santo.
Sul battello della senna
Un giorno, col suo compagno Fratel Nicola, s’ imbarcò su di un battello che risaliva la Senna e sul quale si accalcava gente di ogni condizione e purtroppo senza educazione. Erano per lo più negozianti e frequentatori di fiere. Il loro linguaggio era grossolano e sboccato. Il Montfort cominciò per prima cosa a sistemare il crocifisso in cima al suo bastone, poi, inginocchiatosi, esclamò in modo da farsi udire da tutti: “Tutti quelli che amano Gesù Cristo si uniscano a me!” La proposta fu accolta da sghignazzamenti e alzate di spalle. Allora, voltandosi verso Fratel Nicola: “In ginocchio – gli disse – e recitiamo il rosario”. Detta la prima corona, rinnovò ancora l’ invito a tutti. Nessuno si mosse, ma i clamori a poco a poco si calmarono. Intanto la preghiera continuava. Dopo la seconda corona, il missionario, con voce suadente e come trasfigurato, ripete per la terza volta l’ invito a pregare. La “brigata” si diede per vinta e un po’ alla volta tutti si prostrarono rispondendo alla recita del rosario. Alla fine ascoltarono con rispetto anche la parola di Dio.
L’ usuraio Tangaran
In una parrocchia, nonostante le esortazioni del missionario, un usuraio chiamato Tangaran, cedendo ai cattivi consigli della moglie, si rifiutava a bruciare alcuni contratti dei quali il Montfort gli aveva dimostrato l’ iniquità. Vedendolo ostinato, il missionario finì con il predirgli, con una particolare sicurezza: “Tu e tua moglie, siete attaccati ai beni della terra e disprezzate quelli del cielo. Ebbene i vostri figli non faranno buona riuscita: essi non avranno discendenza e voi stessi cadrete in miseria, non avendo neppure di che pagare la vostra sepoltura”. “Oh! – replicò la donna – ci resterà ben qualcosa, almeno 30 soldi per pagare il suono delle campane!” “E io vi dico – riprese il Montfort – che le campane non suoneranno al vostro funerale”. La predizione si avverò. Alcuni anni dopo, i due usurai furono ridotti all’ indigenza, ed essendo morti tutti e due di giovedì santo, l’ uno nel 1730, l’ altra nel 1738, furono seppelliti l’ indomani, venerdì santo, giorno nel quale non si suonano le campane.
La rissa dei soldati
Un pomeriggio, passando per una piazza di Nantes, vide dei soldati che si azzuffavano con degli artigiani. Botte da orbi e bestemmie esecrabili da far tremare cielo e terra – come riferisce lo stesso Montfort. Il missionario si avvicinò, si pose in ginocchio, recitò un’ Ave Maria, baciò la terra, poi rialzandosi, si buttò in mezzo a quei forsennati che si battevano sempre più ferocemente con pietre e bastoni, tentando di separarli. Saputa la causa del loro litigio, prese il tavolo da gioco, lo alzò in aria e lo gettò a terra squassandolo. Era un tavolo di gioco d’ azzardo, che ogni giorno dava motivo a dispute e cattive parole. Gli artigiani, benché più forti, si ritirarono, ma i militari, osservando il loro tavolo a pezzi, si avventarono come leoni contro il missionario. Alcuni lo presero per i capelli, altri gli strapparono il mantello e lo minacciarono colle loro spade se non avesse ripagato il tavolo. “Quanto costa?” – chiese. “Cinquanta libbre” – gli risposero. “Darei volentieri cinquanta milioni di libbre d’ oro, se le avessi, e tutto il sangue delle mie vene per distruggere tutti questi giochi, detestabili occasioni di dispute e di bestemmie!”
Verso la prigione
I soldati, esasperati per tale risposta, volevano ucciderlo. Ma uno di loro dissuase i compagni dicendo: “Non lo tocchiamo, saremmo senz’ altro puniti! Conduciamolo piuttosto al castello, dal Governatore; egli ci farà giustizia”. Allora lo presero e si avviarono verso il castello per farlo imprigionare. Il Montfort, per nulla intimorito, a capo scoperto e recitando ad alta voce il rosario, procedeva a grandi passi, tanto che la scorta faceva fatica a seguirlo. Giunti in prossimità del castello del Governatore, uno dei suoi amici, avvertito dell’ incidente, riuscì a calmare e a disperdere i soldati e liberò il prigioniero, il quale ne rimase assai dispiaciuto perché si vide privato di una felicità alla quale aspirava da molto tempo, quella di essere prigioniero per amore di Gesù Cristo.
Un santo scomodo
Luigi Maria da Montfort è un santo; ma la sua santità a volte si manifesta in maniera piuttosto brusca, come abbiamo visto nel racconto precedente. Egli è un santo scomodo, per nulla disposto a tollerare tutto ciò che offende l’ onore e l’ amore di Dio. Non è un uomo dalle mezze misure. Il suo zelo non è sempre compreso e spesso è biasimato. Ma egli non è tipo da scoraggiarsi, anzi gode in mezzo a tutte queste contrarietà. L’ indomani del fatto testè narrato, il suo amico des Bastières gli chiese se in quella brutta avventura non avesse avuto timore di rimetterci la pelle o almeno di finire in prigione. “Niente affatto – risponde ridendo – ne avrei avuto un’ immensa gioia. Sono stato apposta a Roma per chiedere al nostro Santo Padre il permesso di andare nei paesi esteri con la speranza di trovare l’ occasione favorevole di versare il mio sangue per la gloria di Cristo, il quale versò il suo per me. Ma il Papa mi rifiutò questa grazia perché non ne ero degno”.
Una lezione agli ubriaconi
A s. Donaziano di Nantes, il Montfort viene avvisato che in una vicina bettola si suona, si bestemmia, si insultano i passanti per impedire loro di recarsi alla missione. Egli va verso questo ritrovo, entra, recita in ginocchio un’ Ave Maria. Poi si rialza, rovescia i tavoli e mostra il crocifisso e il rosario ai bevitori. Stupefatti e furibondi gli ubriaconi disertano subito il locale lasciando il proprietario tutto solo a sorbirsi un aspro rimprovero del missionario.
L’ asino nel fiume
Dopo s. Donaziano, il santo passa a predicare a Bouguenais, dove un giorno, mentre parlava dal pulpito, interrompe bruscamente il discorso ed esclama: “Subito due uomini vadano a salvare il mio asino, che affoga nel fiume in fondo al villaggio!” Alcuni dei presenti accorrono subito e fanno giusto in tempo a ripescare la bestia imprudente, forse troppo ghiotta dei cardi cresciuti sulla riva del fiume.
Schiaffeggiatore convertito
Passando a Challans, si ferma a parlare agli abitanti sotto la tettoia del mercato. Mentre tutti ascoltano attentamente, alcuni venditori di passaggio si permettono di gridare: “E’ quel pazzo del Montfort che parla!”I suoi uditori già si muovono per dare una severa lezione a quegli insolenti, ma il missionario frena l’ impeto dei suoi difensori, anzi annuncia loro che fra poco sarà di nuovo aggredito. Infatti mentre si reca alla vicina parrocchia di s. Cristoforo, un uomo lo accosta e gli dà uno schiaffo. E poiché alcuni volevano acciuffare il colpevole: “Lasciatelo stare – dice il Montfort – fra poco verrà lui stesso da ne”. Qualche giorno dopo, il peccatore, spinto dal rimorso e dalla vergogna, corre piangendo ad accusarsi ai piedi del missionario.
Bettola in subbuglio
Venne chiamato a Roussay, una parrocchia in cui regnava il vizio dell’ ubriachezza. Il Montfort vi trasformò la gente. Un uomo tuttavia si rifiutò di chiudere la sua bettola situata vicino alla chiesa, durante le funzioni religiose della missione. Il Montfort cominciò a parlare contro l’ intemperanza; ma mentre in chiesa egli parlava, alcuni avvinazzati, nella bettola, urlavano canzoni oscene, fino a coprire la voce del missionario. Sceso dal pulpito, egli si diresse verso la cantina malfamata, rovesciò i tavoli, rimproverò ai bevitori la loro sacrilega grossolanità, ne prese alcuni per il colletto e li spinse fuori. Due però tentarono di resistere; il missionario li afferrò per le braccia e li condusse fuori, dicendo loro di non rientrare e di starsene bene in guardia se non volevano che accadesse qualcosa di peggio. Questa lezione fece impressione. I bevitori se ne andarono a testa bassa e la quiete ritornò nella cantina.
Carneficina evitata
Accadde a Fontenay. Il capitano dei soldati della guarnigione, entrato in chiesa mente il Montfort stava per predicare la missione alle donne, si teneva appoggiato all’ acquasantiera, col cappello in testa, ridendo e fiutando tabacco. Il missionario gli si avvicinò e lo avvisò caritatevolmente di uscire, anche perché la missione era riservata alle donne. Non l’ avesse mai fatto! L’ ufficiale, poco abituato a ricevere osservazioni, rispose che non sarebbe uscito e vomitando bestemmie mise più volte mano alla spada e, furibondo, si gettò infine sul Montfort, lo afferrò alla gola e l’ avrebbe strozzato senza l’ intervento delle donne che erano in chiesa. Intanto i soldati, richiamati dagli urli dell’ ufficiale, entrarono in chiesa e si pensò per un momento che stesse per succedere una carneficina. Per fortuna ritornò la calma. Ma dopo la predica, l’ ufficiale attese il Montfort presso il cimitero e riprese ad insultarlo. Il missionario attraversò le file dei soldati senza timore e nessuno più osò mettergli le mani addosso.
Benigna si converte
A La Rochelle, durante un corso di esercizi spirituali predicati nell’ ospedale, la signorina Benigna Pagè, figlia di un tesoriere di Francia, d’ accordo con le amiche, decise di andare ad ascoltare il missionario. Si sarebbe comportata in sua presenza in modo tale da doversi fare apostrofare pubblicamente per aver poi motivo di scherzare sul suo conto. Vestita in maniera mondana, ella andò a piantarsi proprio davanti al pulpito ed assunse una posa irriverente. Il Montfort le rivolse uno sguardo di compassione, poi si voltò verso l’ altare e chiese a Gesù la conversione di quell’ anima. La predica che seguì fu molto commovente: tutti piangevano e la frivola mondana come tutti gli altri. Il suo pentimento era sincero. Dopo la predica ella volle parlare col missionario e gli fece una confessione generale di tutta la sua vita. Poi si recò a casa, trascorse la notte a mettere le sue cose in ordine e l’ indomani si presentò al noviziato delle Clarisse. La penitente, col nome di Suor Luisa, visse e morì piamente in monastero.
Castellana scherzosa
A Villiers-en-Plaine, la castellana del luogo finse di seguire la missione, ma unicamente per non scandalizzare la gente del villaggio. Il Montfort ebbe spesso occasione di incontrarla alla “Provvidenza” e di pranzare al castello. Le sue conversazioni edificanti e serene fecero dissipare a poco a poco nella mente della castellana tutte le calunnie che erano state divulgate sul conto del missionario. A volte ella cantava delle canzoni frivole e il santo gliene faceva osservazione. Ed infine, avendo ascoltato le 64 prediche che il Montfort aveva rivolto al popolo durante la missione, la castellana si convertì ad ima vita cristianamente impegnata.
L’ incendio di Rennes
Due anni prima della sua morte, il santo avrebbe voluto evangelizzare un’ ultima volta Rennes, la città dove egli aveva studiato da giovane. Provò a chiedere il permesso di poter parlare, ma tutto fu inutile. Allora egli compose un cantico che fu il suo addio alla città infedele e venne ritenuto come una profezia delle sue future disgrazie. Quest’ apostrofe ai Rendesi, i quali non ricusavano di unire alle pratiche religiose le abitudini di una vita quasi pagana, è come un curioso dipinto dei costumi bretoni dell’ epoca. In termini patetici egli edplorava il loro “destino”. Infatti, sei anni dopo la sua partenza, un vastissimo incendio che durò dieci giorni e dieci notti, divorò gran parte della città. Al bagliore delle loro case in fiamme, gli abitanti ripetevano terrificati: “Ahimè! È proprio ciò che aveva predetto il Montfort!”
IL PADRE DEI POVERI
Povero tra i poveri
Fin dal suo arrivo a Poitiers, poco dopo la sua ordinazione sacerdotale, il Montfort prese a riunire i poveri sotto le tettoie e ad insegnar loro il catechismo. Essendo entrato un giorno nella cappella dell’ ospizio per pregare (vi rimase qualche ora), i poveri ivi ricoverati ne furono ammirati e lo chiesero quale cappellano. Il vescovo di Poitiers acconsentì. In quell’ ospizio non vi era regolamento né cibo sufficiente e i poveri, mal curati, si lamentavano di contunuo. Il Montfort andò questuando per loro il nutrimento, volle che prendessero i loro pasti in comune, fece loro ottenere delle reazioni convenienti e ne curò anche l’ istruzione spirituale. Egli stesso seguiva il regime dei poveri e mangiava, non di rado, i loro resti. Il suo esempio ed il regolamento trasformarono l’ ospedale in un luogo di ordine e di pace.
Eroico samaritano
La sua carità era grande. Fu visto, per amore dei poveri, alloggiare nel più misero ridotto dell’ ospedale, dare ad un ammalato l’ unica coperta del suo letto, rendere ai paralitici i servizi più umili. Un giorno incontrò all’ angolo di una strada, sdraiato sul pavimento umido, un povero infelice coperto di ulceri che implorava la carità dei passanti. Era stato respinto da tutti i ricoveri a causa del suo male contagioso. Il Montfort si commosse: ma come farlo accettare all’ ospizio? Egli si presentò agli amministratori, li supplicò di concedergli un buco isolato in qualche angolo della casa e promise che se ne sarebbe occupato lui stesso, da solo. Ottenuto il permesso, l’ ammalato venne trasportato in una cuccetta di rifiuto e il cappellano-infermiere veniva più volte al giorno a portargli il vitto e a medicargli le piaghe. Più di una volta si sentì venir meno, ma non lasciò la sua assistenza.
Umile infermiere
Intanto all’ ospedale di Poitiers mail si tolleravano le riforme che aveva operato poco prima per il bene di tutti. La persecuzione costrinse il santo uomo a partire di lì. Egli si recò allora a Parigi e andò ad alloggiar con i cinquemila poveri dell’ ospedale della Salpètrière, cercando, secondo la sua stessa espressione, “di farli vivere in Dio e di morire a se stessi”. Ma quando fu visto questo prete forestiero assumersi le incombenze più pesanti, rendere agli ammalati i servizi più ripugnanti, accorrere al primo accenno di chiamata, sempre affabile e sorridente in mezzo alle critiche e alle proteste, insensibile alle minacce e alle grossolanità, il suo zelo fu ritenuto per lo meno importuno da coloro che non se la sentivano di imitare il suo esempio. Venne giudicato confusionario e guastafeste, amico delle novità e della notorietà. E un giorno, dopo cinque mesi dal suo arrivo, mettendosi a tavola, trovò sotto la sua posata l’ ordine di partire!
In un sottoscala
Eccolo di nuovo senza asilo, senza pane e senza amici. Per fortuna una comunità di suore, gli offrì l’ elemosina di un pasto giornaliero; l’ alloggio lo trovò in un oscuro bugigattolo, sotto una scala, nelle vicinanze del noviziato dei Padri Gesuiti. Unici oggetti a sua disposizione: una povera brandina, una scodella di terracotta, una statuina della Vergine e alcuni strumenti di penitenza. In questa miseria egli gustava le grandi lezioni della Sapienza e si studiava do comunicarle per lettera a Maria Luisa di Gesù, che aveva lasciata a dirigere l’ ospedale di Poitiers. Il Montfort a Parigi si vide abbandonato persino dai suoi antichi direttori. Lo circondava il disprezzo del mondo, ma aveva con sé Dio, e ciò gli bastava.
“Aprite a Gesù Cristo”
A Diana come a Poitiers e a Rennes, il Montfort era continuamente circondato da una moltitudine di storpi, ai quali insegnava il catechismo e forniva i mezzi per vivere, attingendo ai fondi della Provvidenza. Una sera, incontrò, steso per terra lungo una strada di Dinan, un povero tutto coperto di ulcere e talmente intirizzito dal freddo da non avere neppure la forza di implorare aiuto. Il Montfort s’ accostò e, vedendolo così abbandonato, se lo caricò sulle spalle e lo portò alla casa della missione. Ma era tardi, la porta era chiusa; allora si mise a bussare gridando: “Aprite a Gesù Cristo”. Il missionario si affrettò a deporre nel suo proprio letto il povero moribondo. Poi, in ginocchio sul pavimento, trascorse il resto della notte in preghiera.
Le quattro figure
Un’ altra volta, lungo una strada del sobborgo di s. Saturnino, nei pressi di Montbernage, il Montfort incontra, disteso per terra e abbandonato da tutti, un povero affetto da male incurabile. Lo raccoglie e se lo carica sulle spalle, ma dove trasportarlo? All’ ospedale dei Poitiers non è possibile poiché tutte le porte gli sono precluse, d’ altra parte egli non osa imporre a nessuno la cura di questo povero infelice. Si ricorda che nei paraggi, in una località detta “delle quattro Figure”, esiste una grotta scavata in un costone roccioso e che almeno temporaneamente può servire da ricovero. È là che depone il suo malato, in attesa di trovargli una dimora migliore. Quel luogo diviene l’ inizio di un ospedale, in seguito affidato alle Figlie della Sapienza.
Ad ogni famiglia un povero
Spesso si faceva colpa al Montfort di trascinarsi dietro gruppi di miserabili straccioni, i quali gli prendevano il tempo ed esaurivano le sue risorse. Durante una sua missione a La Garnache, egli chiede ad ogni famiglia di nutrire un povero, mentre egli stesso ne avrebbe ospitato due dei più ripugnanti, e li avrebbe fatti sedere alla sua tavola. La richiesta venne accettata. In questo modo i poveri non mancarono del necessario e poterono assistere alle prediche, mentre il predicatore fu liberato dalle preoccupazioni degli affamati e tutti gli abitanti ebbero una felice occasione per compiere una buona azione.
Banchetto nella casa paterna
Passando a Rennes, non si reca ad alloggiare presso i genitori, ma va presso i poveri. Sollecitato a pranzare almeno una volta in famiglia, accetta solo a condizione che possa invitare anche tutti i suoi amici. La proposta pare un po’ strana, comunque viene preparato un gran pranzo e una lunga tavola. Nel giorno e all’ ora convenuta, il Montfort si presenta con una lunga processione di poveri, di ciechi e di zoppi e fa loro gli onori della tavola. Secondo la sua abitudine, aveva preso alla lettera le parole del Vangelo.
Il bastone come pegno
Privo di tutto, come al solito, giunse un giorno a La Rochelle, dove fu costretto a rivolgersi ad una piccola pensione, insieme a Fratel Maturino. Una volta seduti a tavola, il suo onesto compagno gli chiese: “Padre, chi pagherà per noi domani, quando andremo via?” “Non ti dar pena, figliolo, la Provvidenza provvederà”. L’ indomani il Montfort chiamò in camera l’ albergatore e gli chiese il conto. La spesa era di dodici soldi. “Non ho denaro – disse il viaggiatore – ma vi lascio come pegno questo mio bastone; presto vi manderò la somma dovuta”. L’ albergatore accettò. Il missionario non sapeva nemmeno lui come si sarebbe sdebitato, ma aveva fiducia nella Provvidenza. Ringraziò e si diresse verso l’ ospedale dove celebrò la Messa. Una signora ne restò ammirata e gli fece un’ offerta. Egli provvide così a saldare il conto della pensione ed a ritirare il bastone.
Che dirà la gente?
A seguito di un lungo viaggio verso Nantes, Fratel Nicola che lo accompagnava, aveva i piedi gonfi e non poteva più camminare. Sostenuto dalla sua energia, il missionario camminava sempre, senza apparente fatica. Sulla strada, non un carro, non una vettura disponibile. Il santo si offrì a caricarsi sulle spalle il suo povero compagno, ma questi, per umiltà o per vergogna, non accettò. Allora lo convinse ad accettare l’ aiuto del suo braccio. Proseguirono così fino all’ entrata della città. A mano a mano che si avvicinavano, i viandanti si facevano sempre più numerosi ed osservavano con curiosità e compassione i due pellegrini. Fratel Nicola se ne commosse e disse: “Padre, che dirà tutta questa gente?” “Figliolo – esclamò il missionario – che dirà il buon Dio che ci vede?”
Lo studente lestofante
Un giorno incontrò per le vie di Nantes un giovane che gli dichiarò di essere uno studente ecclesiastico povero. Indossava un misero vestito, aveva una faccia pallida, si reggeva in piedi a mala pena e sembrava ridotto all’ estremo. Non ci volle di più per commuovere il santo. In quel povero studente, abituato alle privazioni, gli sembrò di vedere un suo futuro discepolo e l’ invitò a seguirlo. Si misero in cammino. Giunti a Rennes, il giovane gli chiese di fare una visita alla famiglia, lontana parecchi chilometri da lì. Il missionario non si oppose e gli prestò anche il mulo, che aveva comperato di recente per trasportare gli oggetti necessari alle missioni. Aspetta, aspetta, dello studente non ebbe più notizie. Tuttavia, il mulo, che il lestofante aveva poi venduto, fu ritrovato alcuni mesi più tardi e restituito al buon Padre di Montfort.
Portinaia poco caritatevole
Si presentò una volta da certe suore a s. Brieuc dove doveva predicare un ritiro spirituale. Prima di entrare mandò Fratel Maturino a domandare l’ elemosina di un po’ di pane per lui e per un povero prete, in nome di Gesù Cristo. La portinaia rispose che il convento non poteva fare l’ elemosina a tutti i poveri di passaggio. Qualche ora dopo, il Montfort si presentò lui stesso, ma non ebbe maggior successo. La buona suora persistette nel rifiuto. Ma ecco sopraggiungere il cappellano della comunità: “Che cosa fa? - disse alla suora – è così che riceve il direttore degli Esercizi?” Accorse anche la superiora, presentò le sue scuse e fece condurre il Montfort in una bella stanza, dove venne servito a perfezione. Il buon Padre, nel raccontare l’ equivoco di cui era stato oggetto, raccomandò alle suore di essere in avvenire più caritatevoli verso qualsiasi povero.
Curiosa avventura
In un suo viaggio verso Saumur, il santo passò a Fontevrault per visitare una sua sorella religiosa. Si presentò al monastero e chiese la carità per amor di Dio. La portinaia, che non lo conosceva, gli rivolse diverse domande. Egli si contentò di rispondere: “Io chiedo solo un po’ di carità per amor di Dio!” Gli venne rifiutata. Ritirandosi, senza inquietarsi, il viaggiatore disse alla suora portinaia: “Se la signora Badessa mi conoscesse, non mi rifiuterebbe la carità!” Queste parole, riferite alla Badessa, misero in allarme tutto il convento. Dalla descrizione che fu fatta del “mendicante”, la sorella del Montfort esclamò: “Ma è mio fratello!” Si mandò subito dietro un corriere per presentargli le scuse e pregarlo di tornare, ma egli rispose: “La signora Badessa non ha voluto farmi la carità per amor di Dio, ora me l’ offre per amor mio; la ringrazio..” E continuò la sua strada, privandosi così di rivedere la sorella, ma contento di aver dato una lezione di amore verso i poveri.
“Caro fratello…”
Trovandosi a Dinan, il Montfort si presentò per celebrare la Messa nella chiesa del convento dei Domenicani, dove era religioso suo fratello Giuseppe, il quel aveva l’ incarico della sagrestia. Il Montfort riconobbe subito il fratello, ma non venne riconosciuto da lui, e chiese gentilmente: “Caro fratello, potrei avere i paramenti per celebrare la Messa?” Il religioso, già da tempo sacerdote, si sentì come offeso nel sentirsi chiamare “fratello” e diede all’ ospite i paramenti più poveri e due mozziconi di candele. Dopo la Messa, il Montfort ringraziò il sagrestano, chiamandolo ancora “caro fratello”. Il religioso, attribuendo l’ espressione ad una scortesia, chiese a Fratel Maturino, che gli aveva servito la Messa, come si chiamasse quel sacerdote. Dopo molte insistenze, riuscì a sapere che si chiamava Montfort. “Ma, allora è mio fratello!” – esclamò – e si mostrò rammaricato di non averlo riconosciuto. L’ indomani, quando il Montfort tornò per celebrare la Messa, il fratello l’ abbracciò cordialmente e gli rimproverò di non essersi fatto conoscere. Il servo di Dio allora gli disse: “Di che cosa ti lamenti? Ti ho chiamato “mio caro fratello”; non lo sei forse? Potevo darti un segno più affettuoso?” Il sagrestano, per riparare, gli fece celebrare la Messa con i paramenti più belli e raccontò a tutti la virtù del santo missionario.
Mamma Andrèe
Per la festa di Tutti i Santi del 1707, il Montfort arrivò in incognito nella sua città natale. Mandò Fratel Maturino dalla sua vecchia nutrice, la “mamma Andrèe” per chiederle di ospitare, per amor di Dio, un povero sacerdote di passaggio con il suo compagno. Mamma Andrèe fece rispondere che non usava ricevere sconosciuti. Il Montfort bussò ad altre porte: ebbe lo stesso rifiuto. I due viaggiatori ebbero allora l’ idea di rivolgersi, in una capanna, al più povero abitante del villaggio. Furono subito accolti. Dopo un po’ il pover’ uomo, osservando bene il suo ospite, riconobbe il Montfort e se ne sentì molto onorato. L’ indomani mattina, la notizia si sparse per l’ intero villaggio. Mamma Andrèe venne in lacrime a presentargli le scuse e a supplicarlo di alloggiare presso di lei. Egli rifiutò la sua ospitalità; tuttavia, commosso dal suo dolore, accettò il pranzo ch’ ella gli aveva preparato; ma le disse gravemente: “Mamma Andrèe, mamma Andrèe! Se ieri sera io avessi chiesto l’ ospitalità nel nome del sacerdote Montfort, lei me l’ avrebbe concessa; l’ ho chiesta in nome di Gesù Cristo e me l’ ha rifiutata. Questa non è carità”.
Un pizzico di farina
Un giorno si presentò in una casa per chiedere qualcosa. La padrona gli rispose: “Ah! Mio buon Padre di Montfort, ecco sulla tavola l’ ultimo pane e poi non ci resta più che un pizzico di farina”. “Andate – diss’ egli – andate a scopare la soffitta e portatemi d’ ora innanzi del pane per i miei poveri”. I suoi ordini furono eseguiti senza troppo sapere ciò che sarebbe accaduto. L’ indomani salendo in soffitta, la donna fu sorpresa nel vedere un mucchio di grano, sufficiente per nutrire tutta la famiglia e soccorrere i poveri durante parecchi mesi.
Sfamati per miracolo
Sempre per i suoi poveri, compì un altro prodigio a La Chèze. La donna addetta alla cucina non aveva nella pentola che il cibo per dieci persone e il Montfort ne conduceva invece un centinaio. Il missionario le ordinò, malgrado tutto, di apparecchiare. Ella ubbidì e tutti furono saziati, senza con ciò dar fondo al cibo della pentola. Un’ altra volta preavvisò che avrebbe condotto un numero considerevole di poveri. Gli fu risposto che non vi era che una mezza pagnotta e due o tre libbre di carne. “Non importa; - disse il Montfort – preparate da mangiare”. Venuta l’ ora del pasto, il buon Padre dispose i suoi poveri in due file nei viali del giardino, fu tagliato del pane e della carne per tutti e ne restò ancora.
La moltiplicazione dei pani
Una mattina, entrando in casa del sagrestano di Challans, trovò la figlia di costui intenta ad impastare la farina per fare il pane. “Prima di iniziare il lavoro, pensi ad offrirlo al Signore?” – le chiese il Montfort. “Non sempre” – ella rispose. “Non dimenticarlo mai” – aggiunse. E ciò dicendo, come per darle l’ esempio, si inginocchiò presso la madia, fece una preghiera, benedisse la pasta e se ne andò. Venuto il momento di infornare, si notò che la pasta era più che raddoppiata, pura avendovi messo la stessa quantità di farina delle altre volte. Il sagrestano capì subito a chi attribuire tale prodigio; felice e riconoscente portò un certo numero di quei pani alla casa della Provvidenza per i poveri.
Pesante fardello
Un giorno il Montfott viaggiava da Angers al Monte s. Michele, sulla costa atlantica, per visitare il celebre santuario. Lungo la strada raggiunse un povero mendicante, che arrancava sotto un pesante fardello. Egli si offrì premurosamente ad aiutarlo e si prese sulle spalle tutto il suo carico. Giunti in questo stato presso una pensione, il Montfort chiese alloggio per sé e per il suo compagno di viaggio. Alla vista del povero cencioso, l’ albergatore fece molte difficoltà e si decise ad ospitarli solo quando il missionario garantì il pagamento per tutti e due dell’ intera spesa.
La prima Figlia della Sapienza
In un bel mattino dell’ anno 1702, una ragazza diciottenne s’ inginocchia al confessionale del Montfort, il quale per prima cosa le rivolge questa strana domanda: “Figliola, chi ti manda da me?” “Mia sorella” – risponde lei. “No – aggiunge egli – tu ti sbagli, non è tua sorella: è la Madonna”. Quella ragazza si chiamava Luisa Trichet ed era figlia di un alto magistrato di Poitiers. Il giorno innanzi, sua sorella, dopo aver ascoltato una predica del Montfort, tornata a casa, aveva detto a Luisa: “Se sapessi che bel discorso ho ascoltato questa mattina! Sai, il predicatore mi è parso veramente un santo”. La madre di Luisa, intanto, saputo il fatto, se ne lamentò con la figlia, dicendole: “Se ti confessi da quel prete, diventerai pazza come lui!” Il dialogo tra Luisa Trichet e il Montfort continuò. Dopo qualche tempo, ella ricevette da lui l’ abito religioso col nome di Maria Luisa di Gesù. Superati molti ostacoli, divenne la grande collaboratrice del Montfort nella fondazione delle FIGLIE DELLA SAPIENZA, destinate ad aprire scuole ed asili e a soccorrere i poveri nelle loro necessità.
L’ AMICO DELLA CROCE
Amore per la croce
Gesù ha mostrato il suo grande amore per gli uomini soffrendo e morendo per loro sulla croce. Gli uomini, da parte loro, non possono mostrare il loro amore per Gesù che portando con amore la croce dietro di lui. Per richiamare questa duplice verità e metterla incessantemente sotto gli occhi dei fedeli, il Padre di Montfort piantava un po’ dovunque la croce e si sforzava di infondere negli altri l’ amore per essa. Egli ne era ricolmo. È sua questa incredibile affermazione: “Senza croce, che croce!” Scrisse una famosa lettera circolare agli Amici della croce, come dovrebbero chiamarsi tutti i cristiani.
Ricordo della missione
Non dava nessuna missione senza coronarla con l’ erezione di una croce. Giunto il giorno della cerimonia, tutto il paese era in festa; le vie erano addobbate, gli stendardi spiegati al vento, durante la processione venivano cantati inni sacri. I portatori, quasi sempre a piedi scalzi, prendevano la croce sulle loro spalle. Quando la croce, inalberata sul più bel sito del paese, appariva agli sguardi di tutti, un discorso infocato del missionario delineava gli insegnamenti e i doveri per i fedeli. Spesso su questa croce, il Montfort faceva mettere dei piccoli cuori di ottone dorato a rappresentare le famiglie della parrocchia, come simbolo del loro amore per il Crocifisso. Ma il santo non si contentava di piantare la croce sulle colline, la “piantava” prima di tutto nel suo cuore.
La croce e il successo
A Vertou, una parrocchia cristiana, la missione veniva seguita con fervore straordinario. Il compagno del Montfort dovette faticare non poco per trattenerlo, poiché il santo voleva partire, dicendo che non operava in questo luogo alcun bene, perché non vi incontrava nessuna croce. Poco tempo prima era stato nella parrocchia di La Chevrolière, in cui le umiliazioni, la malattia, le difficoltà di ogni sorta avevano fatto risaltare il suo grande coraggio. In mezzo a tutte queste tribolazioni, era apparso raggiante di gioia e aveva abbracciato affettuosamente il parroco, che aveva avuto una parte non piccola in questa valanga di croci, e gli aveva promesso di ricordarlo con affetto per tutta la vita.
Veleno e contravveleno
Furenti di vedersi sfuggire la città di La Rochelle i calvinisti avevano deciso di chiudere per sempre la bocca del missionario. Un mattino, dopo la predica, avevano fatto versare del veleno in una bevanda a lui destinata. Il Montfort si accorse immediatamente della bevanda mortale e prese un contravveleno. La sua costituzione robusta resistette, ma ormai essa era stata intaccata. La sua salute d’ ora in poi languirà. A causa di questo avvelenamento, il santo ebbe a soffrire orribili dolori intestinali. Per di più un ascesso mise in pericolo la sua vita. Fu ricoverato all’ ospedale di La Rochelle e fu necessario ricorrere all’ operazione che, dati i tempi, e nonostante l’ abilità del chirurgo, non poté essere certamente accompagnata dai calmanti e anestetici offerti oggi dalla scienza moderna. In mezzo alle più atroci sofferenze aveva il coraggio di cantare: “Viva Gesù, viva la sua Croce!”
Il canto del gallo
Non contento di ricevere con amore le croci che Dio gli mandava,il Montfort affliggeva il suo corpo con ogni sorta di penitenze. Qualche volta si dava la disciplina prima di salire sul pulpito, dicendo scherzosamente a coloro che lo rimproveravano di tanto eccesso: “Il gallo non canta mai tanto bene se non dopo che si è battuto i fianchi”. Aveva l’ abitudine di digiunare il mercoledì, il venerdì e il sabato, e mangiava pochissimo gli altri giorni. Per timore di non soffrire abbastanza, aveva incaricato Fratel Nicola di dargli la disciplina. Lo teneva con sé solo a questa condizione.
Il calvario di Pontchateau
Da lungo tempo, il Montfort accarezzava l’ idea di costruire un calvario monumentale in onore di Gesù crocifisso. Per eseguire il suo progetto, scelse la steppa di Pontchateau, nei pressi di Nantes. La sua potente eloquenza radunò lavoratori d’ ogni paese, per innalzare una specie di montagna artificiale, in cima alla quale doveva essere eretta la croce. Si lavorava cantando inni sacri e con molto disinteresse e spirito di fede. Quando tutto era pronto, improvvisamente giunse un ordine del Re Sole che vietava di procedere alla benedizione del Calvario e anzi ingiungeva di demolirlo. Questa umiliazione fu davvero una pesantissima croce. Il Montfort si ritirò presso i Padri Gesuiti per fare gli Esercizi spirituali.
Nuovo Ercole
Quante volte il nostro santo dovette provare una stretta al cuore al ricordo del Calvario di Pontchateau! Risolvette almeno di mettere al sicuro le statue, accantonate sotto una tettoia in attesa di tempi migliori. Due carri capaci le trasportarono fino alle sponde della Loira. Ma come trasbordarle dal carro sulla barca affittata dal missionario per portarle all’ altra riva? Il santo provvide lui stesso con la sua forza erculea. Si incollò a una a una le pesanti statue di legno di quercia e affondando nell’ acqua e nella melma del fiume fino alla vita, provvide a caricarle sulla barca. Le statue furono deposte nell’ ospedale degli Incurabili di Nantes. Vi restarono fino al 1748, epoca della loro collocazione definitiva nel ricostruito Calvario di Pontchateau.
“Lasciateli pregare…”
Il ricordo del bene operato dal Montfort rimase vivo nelle popolazioni da lui evangelizzate. Lo dimostra il seguente fatto, avvenuto 80 anni dopo la sua morte, durante la Rivoluzione francese. A Fontenay, dove nel 1715 il Montfort aveva eretto una croce-ricordo della missione, due armate si fronteggiavano: quella rivoluzionaria e quella cristiana. Quando fu dato il segnale della battaglia, il generale dell’ armata cattolica venne avvisato che molti uomini, attardati a compiere le loro devozioni ai piedi della Croce del Montfort, non erano ancora in linea. “Lasciateli pregare – disse egli – si batteranno meglio dopo”. Difatti, essi, terminata la loro preghiera,c on movimento rapido balzarono come leoni e il loro superbo slancio decise la vittoria.
TUTTO DI GESU’ MEDIANTE MARIA
Vive con Maria
L’ aspetto più commovente della vita del Montfort fu la grande, sentita e perfetta devozione ch’ egli ebbe verso la Madonna. Nel suo TRATTATO DELLA VERA DEVOZIONE A MARIA, egli dichiara di aver letto quasi tutti i libri scritti fino allora sulla Madonna e di avere conversato sull’ argomento con le più sante ed istruite personalità del suo tempo. Il filiale abbandono alla Vergine santa, già manifestato quando studiava a Rennes e a Parigi, non fece che aumentare durante tutta la sua vita. Da missionario invitava tutti a consacrarsi a Gesù per le mai di Maria, per vivere più fedelmente le promesse del battesimo. Il Montfort visse costantemente in comunione d’ amore con Maria; restaurò le sue cappelle e le sue chiese, scolpì le sue immagini, diffuse la recita del rosario, compose cantici in suo onore e pubblicò dappertutto le sue virtù e la sua bontà.
Verso i santuari mariani
Il pellegrino o turista che nei giorni nostri si reca nei più celebri santuari mariani del mondo, sovente può notare al loro ingresso una grande statua rappresentante il santo di Montfort, in abito di pellegrino, con una mano appoggiata al suo bastone su cui troneggia la statuina della Madonna e nell’ altra mano il suo lungo rosario (vedi, ad esempio, Lourdes, Fatima, Banneux, Beauraing, Washington..). In realtà il Montfort amava pellegrinare ai santuari mariani per trascorrere lunghe ore in compagnia della Vergine. Spesso esclamava: “Mia cara Madre, quando avrò la consolazione di vederti, non più in immagine ma realmente? Da solo io ti devo più riconoscenza che il mondo intero. Da molto tempo sarei perduto, senza di te”.
Non tralasciare il rosario
Propagava dappertutto il rosario. I paesi da lui evangelizzati hanno conservato la pia abitudine di recitarlo in pubblico, in chiesa, nell’ umile cappella di villaggio, presso il focolare domestico. Il più grande dispiacere che gli si poteva recare era quello di abbandonare la recita del rosario. Passando nei pressi di Vallet, dove aveva predicato una missione, resistette agli inviti insistenti di coloro che volevano rivederlo in quella parrocchia: “No, no – diss’ egli – non verrò; avete abbandonato il mio rosario!” Egli si serviva di quest’ arma per convertire i peccatori, i quali non gli resistevano mai – diceva lui – quando poteva afferrarli al collo col suo rosario.
Dalle sbarre del cancello
A Roussay, il Montfort disse un giorno ad un contadino di andarlo a trovare alla casa della Provvidenza. Costui fu fedele all’ appuntamento. Ma avendo visto il Padre in giardino conversare con una signora di risplendente bellezza, fu preso da rispetto e si contentò di osservare questa meraviglia attraverso le sbarre del cancello, poi si ritirò. L’ indomani il contadino ritornò. Il giardino era deserto. Venne a sapere che il missionario era nella sua camera a pianterreno che dà sul cortile. Prima di entrare osservò dal buco della serratura e vide lo stesso spettacolo del giorno innanzi. Infine, tornato il terzo giorno, trovò finalmente solo il servo di Dio, che gli chiese il motivo del suo ritardo. Il contadino narrò tutto. Il Montfort, certo di avere di fronte una persona d’ animo puro per aver visto la Madonna, gli chiese il silenzio e gli permise di fare la Comunione.
Chierichetto curioso
A s. Giovanni di Fontenay, il missionario una mattina tardava a venire a celebrare la messa. Il chierichetto che doveva servirla, si recò alla casa della Provvidenza e bussò alla sua camera. Non ottenendo risposta, s’ inginocchiò a guardare attraverso il buco praticato nella porta e destinato al passaggio del gatto di casa. Vide una bella signora, un po’ elevata da terra, che conversava col santo. Muto di ammirazione, ritornò in chiesa ove il Padre non tardò a venire anche lui. Vedendo che il chierichetto lo fissava attentamente con aria stupita, gli chiese: “Cos’ hai da guardarmi così, questa mattina?” Il piccolo gli raccontò tutto ciò che aveva visto. “Ebbene, mio piccolo amico – riprese il santo – tu sei fortunato, hai il cuore puro”. Gli tracciò in fronte un segno di croce e aggiunse: “Tu andrai un giorno in Paradiso”.
Trasfigurato
Il giorno della candelora del 1715, nella chiesa dei domenicani di La Rochelle, dove tanti si erano convertiti ascoltando i suoi discorsi, egli fu invitato a pronunciare una predica sulla Madonna. Parlò con tanto entusiasmo che al Vergine a sua volta volle esaltare il suo apostolo. Mentre parlava il suo viso si trasfigurò. Ne partivano dei raggi luminosi che, avviluppandolo come in una nube, lo nascondevano ai fedeli presenti in chiesa, tanto che lo si riconosceva soltanto dal suono della voce. Questo prodigio fece molto scalpore. Un uomo favorito di tali doni non poteva essere che un santo; ognuno lo diceva e istintivamente tutti andavano da lui.
A passeggio con la Madonna
Si racconta che a Landemont nella diocesi di Angers, una donna venne di buon mattino per confessarsi. Passando vicino al giardino della parrocchia, vide il missionario che passeggiava nei viali in compagnia di una signora tutta bianca e raggiante di splendore. Quando ella ne espresse al Montfort la sua ammirazione, egli le rispose: “Tu non hai bisogno di confessarti, tu sei più santa di me, poiché hai visto quella che io semplicemente udivo”.
Un soccorso inatteso
La signorina di Guihanenc, direttrice dell’ ospedale s. Giovanni a Guèrande, ha raccontato che essendo andata a s. Similien per partecipar alla missione del Montfort, nel pomeriggio si sentì spossata e sul punto di cadere sfinita per la debolezza, essendo ancora digiuna e no avendo con sé alcuna provvista. Non osando esporre il suo stato alle persone che la circondavano, si sedette su di una pietra fuori della chiesa, aspettando il momento del prossimo esercizio. Dopo un po’ vide avvicinarsi una signora vestita modestamente, ma dal portamento distinto e con viso amabile e raggiante, che le porse del pane dicendole: “Prendi, figliola, mangia questo pane” e subito disparve. La Madonna era venuta in suo soccorso. Ella affermò di non aver mai mangiato del pane tanto saporito.
Lo scrittore di Maria
Per capire un po’ quel che era l’ amore del Montfort verso Maria, bisogna leggere i suoi cantici in onore della Madonna. Sono tutti ripieni di soavi accenti di pietà filiale. Bisogna soprattutto leggere IL SEGRETO DI MARIA, nel quale egli presenta in poche pagine la strada più semplice, sicura e breve per diventare santi: “andare a Gesù per mezzo di Maria”. E più ancora bisogna leggere il celebre TRATTATO DELLA VERA DEVOZIONE A MARIA, nel quale il santo trasmette il uso insegnamento mariano, frutto della sua esperienza e base del suo apostolato missionario. E indica la consacrazione e dono totale di sé come la maniera migliore e più perfetta di amare la Madonna, al fine di appartenere più interamente a Gesù. Questa dottrina meravigliosa è spiegata con mirabile eloquenza in pagine degne di essere lette e meditate da ogni anima desiderosa di amare perfettamente Gesù Cristo e la sua santa Madre.
EDUCATORE E MAESTRO
Apostolo della scuola
Il Montfort è universalmente conosciuto più come missionario che come educatore. Ma da uomo realista e avveduto qual era, giudicò che il risultato stesso delle sue missioni, non sarebbe stato duraturo se il fanciullo non fosse educato cristianamente. Perciò una delle sue più grandi preoccupazioni fu quella di provvedere all’ educazione cristiana della gioventù, fondando là dove sarebbe stato possibile, delle scuole gratuite e dotandole di maestri cristiani e di religiosi. Egli fu quasi contemporaneo del grande educatore s. Giovanni Battista de La Salle e di altri fondatori di congregazioni insegnanti, istituite alla fine del regno di Luigi XIV. Condivise le loro sollecitudini in maniera tanto più sentita, quanto più egli stesso poté constatare, nei suoi viaggi apostolici, l’ ignoranza e l’ abbandono in cui crescevano in ragazzi del popolo.
Vocazione di Fratel Maturino
Un giovane diciottenne, mosso dalle prediche di un padre cappuccino, era venuto a Poitiers col proposito di farsi frate. La prima chiesa che incontrò, arrivando in città, fu quella dei Penitenti. Entrò e vi recitò il rosario con molta devozione. Il Montfort gli si avvicinò e gli chiese: “Chi sei?” “Sono Maturino Rangeard e sono venuto a Poitiers per entrare nell’ ordine dei cappuccini”. Come illuminato da celeste divinazione, il Montfort gli disse: “Figliolo, la Provvidenza ti ha condotto a me! Seguimi nelle mie missioni!” Il giovane subito si alzò e lo seguì. Fu il suo compagno inseparabile e il continuatore del suo apostolato presso i fanciulli, per 50 anni. M