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Amare Gesù al di sopra di tutto. PDF Stampa E-mail

Domenica 15 Settembre 2013

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Senza l'amore e il perdono 

la giustizia è un alibi

Jesus-my-LeaderDomenica scorsa il Signore Gesù spiegava come devono comportarsi coloro che vogliono essere suoi discepoli:

Amarlo al di sopra di tutto, mettere in secondo piano gli affetti, gli averi, come pure la propria vita, ed essere pronto a condividere la sua sorte, portando la croce dietro di lui. Questa domenica, l’immagine di Dio misericordioso che accoglie il figlio perduto e lo ristabilisce nella dignità filiale domina la liturgia della parola. Le due prime piccole parabole (del pastore e quella della donna) sembrano preparare la parabola del padre misericordioso e dei due figli. La misericordia di Dio si manifesta anche nelle due altre letture. Infatti, le due prime letture ci presentano l’esperienza del perdono di Dio vissuta da due personaggi emblematici: il patriarca Mosè e san Paolo. Il primo si era recato sul monte Sinai per ricevere le tavole della Legge, mentre i figli di Israele in attesa si abbandonarono  nel peccato dell’idolatria, con la venerazione di un’immagine a portata di mano. Dio decise allora di distruggere il popolo dalla dura cervice. Ma l’intercessione di Mosè, che nella supplica parte dall’esperienza dell’Esodo e risale fino all’impegno di Dio con i padri ( Abramo, Isacco e Israele, suoi servi, ai quali ha giurato di rendere la posterità numerosa come le stelle del cielo…), gli ottiene il perdono di Dio. Sembra che Dio abbia spesso bisogno di qualcuno che, stando alla sua presenza, porta alla luce il suo lato positivo e gli ricorda o riscopre il suo volto misericordioso. Anche Paolo si inserisce in questa corrente dell’amore misericordioso di Dio. Egli si autopresenta come il prototipo dei peccatori, poiché era “un bestemmiatore, un persecutore e un violento”. Proclama la sua gioia perché il Signore gli ha concesso la sua misericordia, e gli ha restituito piena fiducia chiamandolo all’apostolato. Dio gli ha usato misericordia (“tutta la sua magnanimità”) per mostrare che egli vuole salvare tutti. Nel brano evangelico, la raccolta lucana delle tre parabole della misericordia di Dio è preceduta da un contesto vitale molto suggestivo. Il testo dice che si avvicinarono a Gesù “tutti i pubblicani e peccatori per ascoltarlo”, cioè gli impuri (a causa del loro contatto permanente con gli stranieri o pagani) e quelli che trasgredivano la Legge di Mosè. Sul lato opposto si colloca la scena di due altre categorie, “i farisei e gli scribi”, che si ritenevano buoni, e mormoravano contro Gesù perché “riceve i peccatori e mangia con loro”. Nelle due prime parabole (della pecora e della dracma) è esplicito l’invito a partecipare alla gioia e alla festa di Dio per il peccatore che si pente. Infatti tutta la sollecitudine e tutto l’interesse di Dio stanno nel cercare e ritrovare quello che è perduto. Egli si occupa con tenerezza e singolarmente delle sue creature. Ogni persona ha un valore unico, irripetibile e non sostituibile agli occhi di Dio. Siamo importanti per Dio al punto che siamo oggetto di ricerche ostinate, di preoccupazioni, di sollecitudini infinite da parte di Dio e “c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”. Queste due parabole sono per noi peccatori un motivo grande di speranza. Dio che ci ha creati per la felicità eterna, non ci abbandona mai.: La terza parabola ruota attorno alla figura del padre e descrive lo smarrimento del peccatore, il suo pentimento e il suo perdono. Si tratta ancora di una lezione sulla misericordia di Dio, sull’accoglienza paterna che egli fa al peccatore pentito. Ma prima di arrivare al perdono, la parabola ci presenta lo smarrimento o il peccato del figlio prodigo e le tappe della sua conversione: il desiderio di una vita libera, piena di godimenti, la richiesta della sua parte di eredità, l’abbandono della casa paterna e una serie di azioni degradanti, la miseria (all’estremo della sua degradazione egli tenta di sfamarsi con il cibo degli animali immondi; era la suprema umiliazione per un israelita) che lo porta alla riflessione e a uno sguardo su un passato fedele paragonato alla triste condizione attuale, alla speranza di un perdono possibile, al dispiacere della sua colpa e al ritorno in grazia. La sua colpa è troppo evidente; pero, la sua risoluzione di chiedere perdono al padre appare come la riparazione dell’offesa. Questa profonda umiltà fa pensare a una conversione completa. A questo punto entra in scena il padre che prende l’iniziativa dell’accoglienza e della riabilitazione del figlio, prima che egli faccia la sua dichiarazione (“Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te…”). I sandali, il vestito e l’anello stanno per indicare la dignità recuperata e la comunione col padre. Il ritorno a casa del figlio minore viene considerato dal padre una risurrezione, perché per il padre era come morto. Il comportamento di Dio è diverso dal nostro. Non è esatto dire che portiamo a Dio i nostri peccati, quando ci convertiamo  andiamo a confessarci, poiché li riportiamo piuttosto la nostra presenza con la nostra conversione. Il padre non sta neppure a sentire le mascalzonate del figlio, non è quello che lo interessa, ma il fatto che il prodigo entri da “figlio” in casa. È il motivo della festa. Il tentativo fatto dall’uomo di prendere nelle mani la propria salvezza, come lo ha preteso la “modernità”, contro un Dio sentito come troppo invadente, può essere paragonato al comportamento del figliol prodigo. Onestamente, e nessuno lo può negare, siamo anche noi oggi pervenuti, con la crisi della modernità, a una situazione in cui è urgente un pentimento e un ritorno al Padre .Gli uomini non si sentono più peccatori, la colpa è sempre degli altri. Oppure. ci sono i giusti che si credono peccatori, e i peccatori che si credono giusti. In ogni caso, bisogna sempre aver presente in mente che: E’ umano commettere peccati e diabolico perseverarvi; è cristiano odiarli e abbandonarli. Il figlio maggiore non si è allontanato dalla casa paterna ma ha fatto di peggio. Ha bisogno di premio. Non considera premio e gioia la possibilità di osservare i comandamenti del padre e di stargli vicino. Il problema non è di andare o rimanere col padre, ma di rimanere in “un certo modo”. Poiché c’è un rimanere senza amore e senza gioia che rappresenta un tradimento sotto le apparenze della fedeltà e della regolarità. Infatti, come i farisei e gli scribi, con la loro giustizia esteriore, si può “ubbidire” esattamente e non avere nulla a che vedere con Dio, rimanendo sempre “distante” da lui.