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Il giusto vivrà per la sua fede. PDF Stampa E-mail

Quando i buoni e i giusti 

sono "dimenticati" da Dio 

La parola del profeta Abacuc, nella prima lettura (“Il giusto vivrà per la sua fede”), annuncia il tema della liturgia della parola di questa domenica. Al centro sta la fede. Come Geremia, il suo contemporaneo, Abacuc ( al tempo in cui il popolo d’Israele, sconfitto, era stato deportato in Babilonia, e alcune persone in Palestina vivevano nell’angoscia, vedendo attorno a sé soltanto desolazione e morte), è costretto a constatare il trionfo dei malvagi (violenza, liti, rapine e contese), mentre i giusti soccombono. Egli, con una supplica accorata a Dio, esprime il suo dolore con questa domanda: “Fino a quando, Signore…?” E’ una domanda che percorre tutta la Bibbia: perché gli iniqui hanno la meglio e i giusti sono quasi sempre calpestati?, perché Dio non interviene? c’è dunque un Dio giusto?. Il profeta attende una risposta. E il Signore gli risponde con quest’ordine: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette perché la si legga speditamente”. L’invito a mettere per scritto la visione profetica fa capire che si tratta di una riposta importantissima e decisiva per il futuro. Questo documento scritto, con valore giuridico e pubblico, costituisce una promessa di speranza e un messaggio di fiducia: a chi vive nella giustizia è promessa la salvezza, perché la sua fede gli otterrà la protezione del Signore. L’oracolo trascritto dal profeta Abacuc dice così: “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”. Colui che non ha l’animo retto coincide con il superbo, l’arrogante e l’empio. Invece il giusto si identifica con colui che si fida di Dio e a lui si affida.

Il brano del vangelo di Luca riprende questo tema della fede per mezzo di un breve dialogo tra Gesù e i suoi discepoli. Questi in forma di una umile preghiera gli chiedono: “Aumenta la nostra fede!”. La risposta di Gesù è inquietante: “ Se aveste la fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo gelso: sii sradicato e trapiantato nel mare, ed esso vi ascolterebbe”. Se basta una fede grande come un granellino di senapa per questo tipo di miracolo, allora vuol dire che i discepoli di Gesù non hanno bisogno di un aumento della loro provvista di fede, ma hanno bisogno semplicemente di fede. Non ne hanno affatto. Forse e noi come loro. Infatti, risulta meno umiliante invocare: “Aumenta la nostra fede”, che riconoscere: “Non abbiamo fede”. Non si tratta di aumentare la fede in senso quantitativo, ma di avere una fede autentica, che può non solo far camminare le piante, ma riesce perfino a far camminare noi stessi. La fede non è quindi un possesso, ma una situazione da vivere, faticosamente, giorno per giorno. E’ un cammino, sempre diverso, da inventare quotidianamente. E quando la fede diventa armatura o saldezza interiore, si può affrontare serenamente e con coraggio le situazioni più difficili della vita.

Tuttavia, la fede non ci dispensa dai problemi comuni degli uomini. Ci facilita, però, la strada, perché le dà un senso. Alla parola di Gesù sull’efficacia della fede, fa seguito una breve parabola circa il rapporto tra il padrone e suo servo. Gesù precisa quale deve essere l’atteggiamento del cristiano di fronte a Dio, cioè la sua identità: “Siamo servi inutili”. Il cristiano deve una radicale obbedienza a Dio senza accampare diritti e pretese. Nella tradizione biblica, colui che crede in Dio, a partire da Abramo fino ai profeti e alla Madonna, è sempre un suo servo umile e fedele.

Letture del giorno: Domenica 6 Ottobre 2013: (Ab 1,2-3;2,2-4); (2Tm 1,6-8.13-14); (Lc 17,5-10)